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Archivio per novembre, 2010

I Subsonica dopo “L’eclissi” tornano in studio per un nuovo album

Album all’orizzonte per i Subsonica, come annunciato dal leader della formazione torinese Samuel. La band è tornata in studio per preparare il sesto album, a tre anni di distanza dal precedente “L’eclissi”, considerato da molti il lavoro più maturo della band. Per l’occasione il quintetto ha scelto un nuovo studio nel quartiere Vanchiglia, centro della nuova creatività torinese. Accantonato dunque per un attimo il fortunato progetto parallelo dei Motel Connection, che ha visto la pubblicazione dell’album H.E.R.O.I.N. lo scorso maggio, Samuel e soci in questi giorni, si stanno cimentando nella messa a punto dei brani, già scritti sia dal punto di vista musicale che testuale. Tra le novità della band anche un casting, per trovare ballerini da impiegare nelle prossime riprese di un video il 18 novembre.
Ancora non è stata resa nota nessuna data di pubblicazione, ma i lavori sembrano già in fase avanzata e dunque ci si aspettano importanti novità sin dai primi mesi del 2011. Accanto al disco, Samuel ha annunciato inoltre l’imminente lancio di un canale digitale dei Subsonica, che verrà utilizzato per tenere sempre aggiornati i fan sulle novità del gruppo. Intanto una notizia dell’ultima ora rivela che i Subsonica, per il nuovo cd, invitano i loro fan a scrivere sul sito idee per il testo del brano “Benzina Ogoshi”. Il tour partirà il 31 marzo 2011 da Pordenone.


Il fotografo olandese Anton Corbijn parla di se e del suo primo film hollywoodiano

Dice che odia essere etichettato come un fotografo rock e che gli inglesi non hanno mai apprezzato la sua arte. Sarà il suo nuovo film con George Clooney a portare ad Anton Corbijn la credibilità che desidera?

Corbijn dice: “Se avessi iniziato adesso la mia carriera, non credo ci sarebbe stato un posto per me“.

E’ probabile che alcuni di voi si siano già imbattuti, senza rendersene conto, in alcuni lavori di Anton Corbijn. Uno dei suoi lavori è stata la copertina dell’album degli U2 “The Joshua Tree” – Bono è il resto della band in un immagine malinconica nel deserto –  Ha diretto i Depeche Mode nel video “Enjoy The Silence“, Dave Gahan cammina attraversando un drammatico paesaggio indossando una corona e abiti signorili. E ancora Joy Division nel corridoio della metropolitana di Londra, una foto che ha simultaneamente aperto le porte alla carriera di Corbijn e della band mentre prefigura, nel 2007, il suo debutto al controllo della regia con “Control” un racconto impressionante sulla scomparsa del leader e cantante della band Ian Curtis.

In passato, Corbijn è stato un pò tagliato fuori in Inghilterra, i suoi lavori non erano riconosciuti (si trasferì a Londra alla fine del 1979 dalla natia Olanda per diventare capo fotografo al NME [New Musical Express]). “Non credo che gli inglesi abbiano capito il valore delle cose che ho fatto“. I Depeche Mode sin son sempre associati a lui come un direttore creativo, ha girato video, disegnato le copertine degli album e ideato coreografie. Cobijn è più apprezzato in Europa e negli Stati Uniti dove frequentemente organizza mostre dei suoi lavori.

Recentemente ha girato una campagna pubblicitaria per G-Star [guarda le immagini] che vede come protagonista l’attrice Liv Tyler. E’ questo l’animo di Corbijn, un tipo che non fa troppe lamentele. Mite, educato, i suoi modi sono molto morbidi. E’ un gigante buono e queste qualità lo distinguono, almeno in questo ultimo periodo. Un reporter dell’  “Independent” lo ha incontrato recentemente al Soho Hotel di Londra dove Corbijn indossava una giacca di jeans blu, una T-shirt marrone e un paio di pantaloni grigi. Rimanendo particolarmente colpito da quanto fosse meno aggressivo il Corbijn di oggi arrivato a 55 anni rispetto al passato. Capelli grigi e sfuggenti, barba incolta dandogli un aria da  “pericoloso”. 

Eppure, riecheggiano alcuni dei suoi primi soggetti – David Bowie e U2 in particolar modo – il successo di Corbijn è sempre stato per quel suo modo di reinvenzione. Lui odia essere etichettato come un fotografo rock, e non dirige più video musicali. “I miei orizzonti si sono estesi” dice col suo tenue accento olandese. Ora Corbijn è un cineasta e parla del suo secondo film “The American“. Il film è in vetta alle classifiche d’incassi nella prima settimana di uscita negli Stati Uniti, incassando già tre volte il suo budget (20 milioni di dollari). Naturalmente è di aiuto la presenza della star George Clooney che interpreta un killer che fugge nascondendosi in un isolato paese in Italia dopo essere diventato lui stesso un bersaglio.

In “The American” si avverte un considerevole cambiamento di Corbijn rispetto al suo debutto alla regia con “Control“. “E’ molto differente da Control” riconosce Corbijn mentre si accomoda su una sedia accanto a una pila di copie della copertina rigida di Inside The American. “E’ un film di Hollywood, che vede protagonista un grande attore, è differente da un film indipendente.  E’ un genere diverso, è finzione, è contemporaneo, è a colori, è in multilingua. “Control” era solo in inglese e tedesco e in bianco e nero. Durante le riprese faceva molto freddo, periodo ottobre/novembre, è stato differente. Ho cercato di accumulare più esperienze possibili, per il secondo film“.

La società di Clooney “Smoke House” e la “mini-major” di Hollywood “Focus Features“, hanno contribuito finanziarimente mentre Corbijn ha sviluppato il progetto, assumendo Rowan Joffe (figlio del regista Roland Joffe) per adattare il romanzo di Martin Booth. Corbijn ammette di averlo trovato difficile rispetto alla realizzazione di Control anche perchè le dinamiche tra una fiction e un film biografico, per quanto riguarda le scelte narrative, sono differenti. In “The American” il ritmo è graduale, non improvviso. Il dialogo è minimale. Le composizioni sono costruite con la maestria che lo stesso personaggio di Clooney impiega nelle sue azioni.

Una qualità feticista avvolge le scene in cui Clooney gioca con le armi, e Corbijn cita film come “The Conversation” e “The Day of the Jackal” con una certa influenza. Con l’inclusione di scene dal film di Sergio LeoneC’era una volta il West“, è chiaro che lui vede questo film come un moderno Western: Clooney cavalca nel paese prima di essere travolto dal suo passato. La storia flirta deliberatamente e pericolosamente con dei clichè. Clooney, assassino angosciato, si aggrappa a un sacerdote (Paolo Bonacelli) e a una prostituta (Violante Placido) il cui cuore d’oro se n’è innamora. Corbijn lo definisce un caso di bene contro il male: “E’ un concetto di vita semplice che mi piace molto“.

Naturalmente, ci tenta il fatto di correlare tutto questo con il background di Crobijn. Nato a Strijen nella parte occidentale dei Paesi Bassi, figlio di un pastore, visse un infanzia più tosto clausurale. Ricorda: “Quando avevo 16 anni siamo andati in un museo per la prima volta. Si trattava di Rembrandt perchè raffigurava scene bibliche, l’unico modo per far capire l’arte a mio padre“. E suo padre non era l’unico. Il 60% della sua famiglia – il nonno e gli zii – erano pastori come lui. La sua famiglia avrebbe voluto che anche lui seguisse le loro stesse orme? Corbijn scuote a testa e dice: “Non mi hanno mai spinto a farlo“.

Al contrario, si avvicinava verso la fotografia. Il suo primo grande soggetto fu il musicista olandese Herman Brood in un caffè di Groningen nella metà del 1970. Lui ammette di non essere mai stato ambizioso: “Non ho mai immaginato di arrivare dove sono oggi. E’ stato tutto una felice coincidenza. Anche il fatto di andare in Inghilterra. Ho avuto problemi in Olanda per la pubblicazione delle mie foto, la gente pensava che fossero troppo particolari. Andare in Inghilterra per Joy Division è stato molto importante per la mia carriera“. Anche allora, nessuno voleva pubblicare le sue immagini fino a quando Ian Curtis morì. 

Questo fu la rivelazione di Corbijn che aveva già molti amici famosi, non ultimo Tom Waits che incontrò nel 1977. “Quando ci siamo incontrati per la prima volta, ero solo un timido fotografo di una rivista locale [la coppia si conobbe solo in termini professionali]. Ma nei primi anni 80, abbiamo avuto modo di conoscerci meglio“. Il risulatato della loro amicizia trentennale ha generato un libro, Waits/Corbijn, con oltre 200 candidi scatti di Corbijn e uno di 48 pagine con testi e immagini di Waits. “Sono immagini di cose viste per strada o alberi morti” [ghigna Corbijn]

Dimostrando quanto lontana fosse la sua opera da colleghi celebri come Annie Leibovitz e Helmut Newton, Corbijn tiene a sottolineare che questo non è un documento del mondo di Waits –  “Non cerca di dire ‘Questa è la vita di Tom’ ” dice ancora “Questo è il bello! Quando lavoriamo iniseme, siamo completamente soli. Nessuna casa discografica, nessun Make-up. Non c’è nulla. Solo lui e io che giro intorno o sto seduto da qualche parte…è grandioso! Questo è il mio modo di lavorare anche con altre persone. E’ abbastanza sciolto, libero. Non ho luci o altro“.

Corbijn's exhibition "Inwards and Onwards"E’ questa sorta di intimità casuale che domina gran parte del suo lavoro – da poco ha aperto una mostra allo Stellan Holm Gallery di New York dal titolo “Inwards e Onwards” [guarda le immagini] (il genere dei soggetti è iconico – Waits, Iggy Pop, Bruce Springsteen, Alexander McQueen – stile old-school). Si dispera quando alcuni fotografi devono immortalarlo. “E’ davvero impressionante ciò che fanno. Click-click, click-click… e cosa è successo? Niente di niente, nulla di più”.

Bisognerebbe chiedersi come sarà il futuro Corbijn. Certo tra rilegare ad arte le copertine degli MP3 per una casa discografica e il declino dell’importanza delle riviste rock, Corbijn è ben consapevole che se la sua carriera fosse iniziata oggi, non avrebbe avuto chance. “Non credo ci sarebbe stato un posto per me“, ammette. “Quando ho iniziato era diverso, potevo permettermi di farlo. Sono contento di essere riuscito a fare tutte queste cose perchè era questo il mio sogno – essere vicino alla musica e fotografarla“.

Un sogno diventato realtà. Da allora Corbijn ha messo anima e corpo per proteggere la sua carriera. Quando ha diretto Control, e il finanziamento crollò, vendette la sua casa per mettere su la quota necessaria. “Visto il risultato, lo farei ancora“, dice “E’ stato un periodo meraviglioso della mia vita. Non avrei mai voluto perderlo per i soldi“. Dopo il modesto successo di The American, sta già pensando al suo terzo film che farà entro i prossimi due anni.


Alan Wilder intervista esclusiva “A Strage Hour” a Toronto

Sunil Solanki corrispondente di Side-Line ha intervistato Alan Wilder durante la data di Recoil al “The Opera House” di Toronto, Canada. Solaki introduce l’intervista descivendo il concerto come una serata carica, atmosferica, qualcosa di un intensità molto forte, musica insistente come fosse una sorta di colonna sonora per un film ancora da girare. Prima dello show, nel backstage, il corrispondente di Side-Line riesce a strappare qualche minuto per parlare con Alan della sua musica, tecnologia e metodi di produzione.

D: In che cosa consiste la preparazione per il tuo tour e i live set?
R: Praticamente abbiamo preso tutte le canzoni e i remix – sia quelli vecchi,che quelli nuovi – e con Paul (Kendall, il suo compagno/aiuto knob-twiddler sul palco) abbiamo iniziato a tagliarli su Pro-Tool, per poi rimetterli insieme e rifinirli per creare uno spettacolo. Nella mia testa penso sempre ai posti, alle persone, a quello che vorrebbero, a quello che le farrebbe ballare. Abbiamo finito per creare una sessione logica dove abbiamo provato l’audio, che è praticamente la base dell’intero live set attuale. Succesivamente l’abbiamo eseguita tramite Ableton come ‘traccia nuda’, e durante lo show ci limitiamo a giocare con gli effetti e i bilanciamenti.

D: Quanto si può cambiare di sera in sera?
R: (risata)Non si può in effetti! E’ un pò come i Depeche Mode – Avremmo potuto prepare molto, ma poi non avremmo potuto cambiare niente. Come il film che viene proiettato durnate lo show, a meno che non lo ri-montiamo durante il giorno, non possiamo davvero cambiare la musica. Comunque non vorrei cambiarlo perchè ho passato un sacco di tempo a decidere su come scorresse meglio.

D: Che tipo di attrezzatura ti piace usare a casa?
R: Ho da poco un PowerMac che lavora su Logic via Pro-Tools con hardware Digidesign. Faccio tutto tramite computer, non uso neanche più i campionatori ormai. Ho qualche dispositivo outboard, qualche sintetizzatore analogico come i Minimoogs, un EMS Synthi, e un adorabile console Neve del 1970. Di solito facciamo passare il suono tramite Neve per poi riportarlo su computer per ottenere quel suono caldo e accogliente.

D: Quindi non è come ‘The Cabin Studio’ di Vince Clarke nel Maine, Stati Uniti?
R: Oh Dio no! Non è assolutamente una cosa così complicata. In effetti, ho tantissime atrezzatture che non ho mai usato e che venderò. Mi piacerebbe prendere esempio dal libro di Daniel Meyer.

D: Cosa usi come generatore di suoni?
R: Uso molti campionamenti. Cerco sempre l’elemento umano in quei suoni che si ripetono – qualcosa che dia carattere e voce, passaggi di esibizioni, potrebbe essere qualunque cosa. Creo dei cicli e delle sezioni, e cerco di ricavarne una canzone. Dopodichè posso anche aggiungere delle parti tramite un dispositivo MIDI.

D: Ci sono dei programmi predefiniti?
R: Creo da solo tutti i miei suoni, ovviamente, ho un vasto archivio di vecchi suoni che posso utilizzare.
Mi piace molto modifica e creare qualcosa di nuovo utilizzando vecchi suoni. Spesso apro quegli archivi e comincio a giocare, o a volte colpisco un calorifero e ne registro il suono, anche se non così spesso come ai vecchi tempi!

D: Quali sono state le tue emozioni durante il concerto alla Royal Albert Hall (durante un evento benefico, Alan salì sul palco e suonò ‘Somebody’ con i Depeche Mode)?
R: E’ stata un’esperienza piacevole, con un’accoglienza calorosa da parte del pubblico, e un’ottima reazione. E’ stato bello vedere la sorpresa sui visi del pubblico e le loro reazioni! E’ stato bello rivedere tutti di nuovo.

D: Avremo modo di rivedere di nuovo una cosa del genere?
R: Credo che potresti vedere qualche collaborazione inusuale, niente di più, ma non si sa mai. C’è la possibiltà che remixi qualche brano. Martin (Gore) è venuto e ha mixato per noi al concerto della settimana scorsa (California), i nostri rapporti sono molto buoni e sappiamo che insieme abbiamo fatto ottime cose, e ognuno rispetta il lavoro dell’altro.

D: Cosa c’è nel futuro di Recoil?
R: Non ho in programma niente di speciale, davvero. Finirò il tour e vedrò i ragazzi per Natale. Ci sarà del nuovo materiale per il nuovo anno. Ci saranno due serate alla London Roundhouse dove si esibiranno vari artisti della Mute e dove mi è stato chiesto di esibirmi.

per la traduzione si ringrazia Marida Wilder