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Dave Gahan e Rich Machin parlano con Sam Spokony del nuovo album ‘The Light the Dead See’

Il front man dei Depeche Mode, Dave Gahan, e il partner degli agnostici spirituali Soulsavers, Rich Machin, parlano con Sam Spokony del loro nuovo album.

Il brano di apertura di “The Light the Dead See“, il nuovo album dei Soulsavers in cui Dave Gahan ne è l’ospite vocale, è una breve introduzione musicale che somiglia a qualcosa di epico alla Spaghetti Western. Una distorta e solitaria chitarra stile Morricone, ci conduce, con elevata intensità strumentale, al punto di rendere viva l’immagine di Gahan mentre aspetta in silenzio la resa dei conti (stile mezzogiorno di fuoco per intenderci). Il brano è appassionato e un pò triste, ma con una resistenza pura ed incisiva, come il resto dell’album.

Gahan, che di recente ha compiuto 50 anni, si adatta piuttosto bene alle sfide. Dopo oltre 30 anni e 12 album con i Depeche Mode (e un imminente 13°), con una carriera segnata dalla tensione artistica, la tossicodipendenza che lo ha portato quasi alla morte, Gahan ha avuto modo di affrontare la vita sotto diverse prospettive. Dopo un attacco di gastrointerite durante il tour del 2009, che ha portato alla rimozine chirurgica di un tumore, innescando non pochi dubbi da parte dei fans su un suo impotetico ritorno, possiamo giustamente dire che Gahan si è guadagnato il diritto di essere definito un performer resiliente.

Come Martin Gore, collega e membro dei Depeche Mode, ha detto di essere rinvigorito dopo il suo recente progetto (VCMG, in partnership con Vince Clarke ex DM), anche Gahan sembra abbia guadagnato molto dopo la collaborazione con l’eclettico duo dei Soulsavers. “The Light the Dead See“, pubblicato dalla Cooperative Music il prossimo 21 maggio, rappresenta una nuova direzione di esplorazione per Gahan in seguito a due precedenti lavori da solista, Paper Monsters nel 2003 e Hourglass nel 2007. Va diritto alle emozioni, è di grande portata, riesce ad incorporare influenze condivise e punti di forza individuali in 12 potenti tracce.

Essenzialmente nulla di nuovo per i Soulsavers, composti da Rich Machin e Ian Glover, che hanno lavorato con un organico di alto profilo negli ultimi 10 anni, ospitando cantanti come: Mark Lanegan, Gibby Hanes e Jason Pierce. I loro arrangiamenti complessi, che impiegano strati di strumentazione inaspettata e un ampia gamma dinamica, hanno permesso ai Soulsavers di adattarsi con successo in entrambi i casi, compreso il loro ultimo lavoro. Ma “The Light the Dead See” potrebbe aver avuto un nuovo e differente effetto catartico su Machin e Glover come su Gahan, data l’apparente connessione creativa tra loro, che gli ha permesso di lavorare a questo album.

Abbiamo avuto la possibilità di sederci con Gahan e Machin in un hotel sulla Lower East Side di Manhattan, e il legame artistico sviluppato tra i due era palpabile. Anche se provengono da due ambienti diversi (Gahan vive a New York dal 1997 mentre Machin proviene dal Regno Unito), i due si guardavano a colloquiavano come buoni amici, piuttosto che come una coppia di artisti di livello. Sembravano a loro agio, e quella sensazione di libertà, da parte di Gahan, con la capacità di rilassarsi ed esprimere se stesso, sembrava davvero fare la differenza.

Forse le origini di questo progetto hanno a che fare con il tempo trascorso insieme, quando i Depeche Mode hanno avuto i Soulsavers come spalla nelle date europee di TOTU nel 2009?
RM: «Si, non riesco ad immaginare un altra occasione in cui sarebbe potuto accadere.»
DG: «Esattamente, non avremmo mai avuto quella conversazione altrimenti. Voglio dire, io sono fan dei Soulsavers, seguo loro e Mark Lanegan e fu lui inizialmente ad introdurmi nella loro musica. E poi l’occasione di parlarne avvenne proprio durante il tour con la mia band.»

C’è un senso di fandom recipro?
RM: «C’è stato un periodo molto particolare della mia vita in cui i Depeche Mode hanno avuto una certa influenza. Quando uscì “Violator“, avevo 14 anni. Mentre quando uscì “Songs of Faith and Devotion” lavoravo in un negozio di dischi durante il fine settimana. Quel periodo fu il momento in cui i miei gusti musicali presero forma e ancora oggi sono due dei miei dischi preferiti.»

Ai tempi in cui tu e Ian Glover avete iniziato ad esibirvi come Soulsavers, hai mai immaginato una collaborazione del genere o era uno dei tuoi obbiettivi?
RM: [ride] «Forse questo non gioca a mio favore, ma non ho mai avuto un obiettivo. Purtroppo è stato sempre così e per questo motivo i miei insegnanti scolastici mi hanno sempre criticato. Non ho mai avuto obiettivi nella vita.»

Una volta consolidamenta la vostra relationship, c’è stato qualcosa di simile ad un obiettivo da realizzare con questo progetto?
RM: «E ‘stata un’esperienza molto naturale. Non abbiamo deciso sin da subito di fare un disco, abbiamo pensato che sarebbe stato bello provare alcune cose e vedere il risultato. Ed è accaduto qualcosa di molto positivo. Abbiamo avuto una sintonia immediata.»
DG: «Probabilmente uno dei motivi più importanti è stato il fatto di non aver stabilito un piano, questo ha funzionato. Percepivamo le stesse sensazioni. Questo è il tipo di chimica difficile da creare.»

Martin Gore e Vince Clarke hanno recentemente collaborato al loro progetto VCMG, ma Gore ha detto che non c’era stato alcun contatto reale durante questo processo. Qual è stato il vostro processo giornaliero?
DG: «Beh, conoscendoli entrambi, è stato molto diverso [ride]. Con questo non voglio parlarne in modo negativo, in più il loro era un progetto elettronico. Ho ascoltato un paio di brani dal loro lavoro, ma credo sia un settore completamente diverso.
Probabilmente Vince stava inizialmente lavorando su alcune cose, voleva determinate melodie etc… così ha contattato Martin che in quel periodo non aveva impegni, così ha contribuito a questo progetto. Negli ultimi cinque anni, o giù di lì, ho notato un grande cambiamento in Martin. E’ molto più aperto a provare cose diverse non necessariamente legate al percorso abituale. In realtà ne sono rimasto sorpreso. Ma per me e Rich è stata una cosa totalmente diversa.»

Dopo la registrazione dell’album, ci hai detto che è stato molto appagante per te perchè non hai dovuto rispettare nessun tipo di pianificazione rigida, rispetto a ciò che è con i Depeche Mode.
DG: «Qui è necessario. E’ necessario soprattutto in una band con la quale si lavora da molto tempo. Bisogna creare un ambiente interessante per lavorare al meglio. Non sai mai quale sarà il risultato anche se ci sono elementi già collocati e abitudini difficili da rompere. Ogniuno ha il suo ruolo.»

Per quanto riguarda i Soulsavers, mi chiedo se ci si sente più vicini a qualcosa in continua evoluzione, nel senso che ogni disco si presenta con una nuova dinamica.
RM: «Beh, questo è quello che mi serve [ride]. Ho bisogno di emozioni e cambiamenti, per tenermi interessato. Per me, impegnarsi in un nuovo disco, è un progetto che richiede molto tempo, è così drenante! Per farlo devi rinunciare a gran parte della tua vita.»
DG: «E alcune parti della tua vita molto spesso ne risentono [ride] Credo di non aver mai scritto canzoni migliori di queste, ne interpretato un brano che permettesse di estendermi sia come cantante che come musicista. Ogni aspetto delle cose che faccio, è frutto delle scelte prese seguendo il cuore anzichè la testa, anche se esse comportano dei rischi.»

Su “The Light the Dead See” c’è un brano che mi ha davvero colpito, “Presence of God” e il modo in cui mette il risalto un profondo senso di religiosità e spiritualità immaginaria. E’ una passione che condividete per questa tipologia di concetti? Perchè, anche se pesante, è una canzone semplice e chiara.
DG: «Beh, è molto semplice e diretto ma al tempo stesso di ispirazione, per via della complessita musicale. L’intensità visiva che ho sentito, l’emozione che ho preso dalla musica, è ciò che l’ha ispirata. Gli accordi che Rich ha suonato mi hanno portato a scrivere quelle parole. Quando questo accade, non puoi far altro che lasciarti andare e aprirti totalmente. Non c’è nessun motivo razionale per questo accadimento.»

Detto questo, avverti un qualche cambiamento in te stesso, come caratterizzato da un senso di spiritualità nella tua scrittura?
DG: «Si, assolutamente. Tutto ciò che accadeva mentre scrivevamo insieme, era come aggiungere un altro pezzo al puzzle, e tutto questo è accaduto durante l’anno e mezzo in cui abbiamo lavorato. Per me è difficle ammettere che qualcosa mi fa star bene, perchè mi preoccupo che questa possa scomparire molto rapidamente [ride] e sento di aver sempre lottato per questa cosa.»

Quindi la ricerca di soddisfazione spirituale ha caratterizzato la vostra unione.
DG: «Mi piace che questo ti mette a disagio [ride], mette a disagio anche me.»

La spiritualità mette le persone a disagio.
DG: Beh, quando qualcuno ne parla, si, quando fai circolare la parola di Dio da ogni parte… è per questo che lo faccio.»

Quindi è perchè questo mette le persone a disagio?
DG: «Beh, non perchè mette le persone a disagio, ma perchè mette me a disagio. Mi sento a disagio quando provo ad accettare che c’è qualcosa di più grande di me. Non sto dicendo che sia Dio, o qualcosiasi altra cosa, ma i poteri che sono dell’universo.»

Rich, come descriveresti il potere dell’universo?
RM: «Non saprei [ride]. Le persone non vedono la linea che divide spiritualità e religione. Sono cose completamente differenti.»

Andate in chiesa ogni Domenica
DG: «Non mi troverai mai in nessuna chiesa [ride]»
RM: «Ho un sacco di problemi con queste cose, anche se mi pongo molte domande che non credo avranno mai risposta.»

Dave, come residente in America, sono sicuro che avrai riso molto riguardo le candidature repubblicane presidenziali di quest’anno, quando hanno iniziato a parlare di Dio.
DG: «Trovo che sia molto divertente [ride]. Voglio dire, è comico, se lo vediamo come una sorta di South Park. Sono come i personaggi di South Park, o no!? Ammettiamolo. Jon Stewart non avrebbe potuto avere materiale migliore, per il suo show. Sai, viviamo in un mondo strano, non trovi? Tutti sappiamo che si tratta solo di un mucchio di stronzate. L’unica cosa che mi motiva da sempre è la musica. In tutta la mia vita è l’unica cosa alla quale mi sono potuto aggrappare. Ha il potere di trascinarmi fuori da quei luoghi da cui molte persone non sono in grado di strisciare fuori. Tutte queste canzoni, provengono da un luogo profondo.»

Parlando di strisciar fuori, pensi ancora al tuo passato, non solo agli stupefacenti, ma alla malattia che hai avuto un paio di anni fa?
DG: «Beh, è la natura della vita. Sono cose che succedono, a volte sono autoinflitte e a volte non hai nessun potere su di loro.»

Avverti un senso di vulnerabilità che prima non avevi?
DG: «Sento un forte senso di gratitudine per ciò che ho, e per ciò che non ho. E’ qualcosa che a 30 anni non avevo.»

Rich, c’è un comune denominatore tra i diversi cantanti ospiti con i quali avete lavorato in passato – Mark Lanegan, Gibby Haynes, Jason Pierce, e ora Dave – hanno avuto problemi di droga. C’è una ragione per cui, questi ragazzi, usciti dalle stesse epserienze, avrebbero gravitato verso i Soulsavers?
RM: «No, non credo sia una cosa cosciente per loro.»
DG: «Non va così, oh, domani penso che diventerò un drogato. Non si inizia così dall’oggi al domani. E’ un senso di disagio nei confronti della vita e di se stessi. Tutti abbiamo dei problemi e siamo sempre alla ricerca di soluzioni.»

Riguardo “The Light The Dead See”, insieme al senso di spiritualità, ho avvertito una sorta di resilienza emotiva e di sfida.
DG: «Questa è un ottima descrizione. L’ho descritto nel modo migliore che ho potuto. C’è sempre una sfida, e questo è il suo lato rock & roll. Le regole sono queste e non dovresti mai infrangerle. Questa è una cosa per la quale ho sempre lottato. So cosa è bene per me, cosa che ho troppo ignorato [ride]»

Quei sentimenti di sfida sono stati la continuazione del tuo lavoro in passato come solista, o trattasi di nuova esperienza?
DG: «Entrambe le cose. E’ stata senza dubbio una nuova esperienza, l’ho sentita come l’opera più esaltante a cui abbia mai preso parte. So che molte canzoni vengono da un percorso buio e lunatico, ma è stata un esperienza davvero esaltante. Sono me stesso nelle canzoni e, alla fine della giornata, mi sentivo onesto verso ciò che stavo facendo, nelle melodie e in tutto l’insieme. Non c’è nulla che non mi piace a questo proposito.»

Rich, riguardo al lavoro fatto in passato con i Soulsavers, ti sei sentito allo stesso modo?
RM: «Si, completamente, anche se stò ancora imparando. Ho imparato molto dalle persone che hanno lavorato con noi in passato.»

Non puoi far altro che godertela finchè dura.
DG: «Esatto. E’ tutto quello che puoi fare. Siamo qui adesso, questo mi fa star bene e a volte è necessario rendersi conto di quale grande privilegio sia. Quando sei un musicista, è facile perdere la gioia delle piccole cose. Nessuno lo capisce. Le case discografice, i manager, e tutti coloro che lavorano per curare l’aspetto commerciale, non possono capirti, non possono entrarci con la testa. Non importa che si tratti dei Metallica o dei Soulsavers, loro hanno la stessa idea su tutto.»

Possiamo aspettarci un altro lavoro da voi in futuro?
DG: «Non vedo perchè no!»

Sempre nella massima libertà, nessun piano, nessun progetto.
DG: «Forse un giorno di questi, Rich potrebbe inviarmi qualcosa. Ma non so come reagirò, non si può mai dire, non vedo perchè no. Prima di questo progetto, ero in un periodo di estrema stanchezza, la band, il disco, il tour. Ho pensato che non ero pronto a intraprendere nulla. Ho pensato anche che, data la mia vulnerabilità, causa stanchezza, non fossi in grado di scrivere nulla di grandioso. Non mi sentivo pronto, ma alla fine ho trovato l’ispirazione e ho scritto.»

Una delle cose che mi colpì di Martin, riguardo il suo lavoro con Vince Clarke, fu il vigore che parte del progetto gli aveva donato.
DG: «Non ho mai sentito Martin parlare in questo modo, ma è bello che si senta così e me ne sono accorto anche di recente, quando ci siamo visti. C’è stato sicuramente un cambiamento in Martin che lo porta ad affrontare il lavoro con maggiore entusiasmo. Per questo non vedeva l’ora di tornare in studio a scrivere, solitamente non è così [ride] Nessuno di noi lo dimostra, solitamente. Siamo molto inglesi [ride] E’ difficile da spiegare, viene sicuramente dalla nostra educazione.»

Questo progetto, che ti ha dato una certa libertà artistica, è stata una sorta di valvola di sfogo a livello personale?
DG: «Sicuramente. Forse non avrei avuto la voglia di correre in atudio così immediatamente, se non avessi avuto questa eseprienza. Negli ultimi 10-12 anni, considerando tutti i dischi fatti con la band, mi sono sempre tenuto impegnato facendo altre cose. Anche se non facevano parte del piano.»

Quindi Rich, Dave ti ha fatto fare un bel tour della città?
DG: «E’ stato qui tante di quelle volte… probabilmente lo fa meglio di me [ride] Non mi allontano molto spesso dal mio quartiere.»
RM: «Sono stato qui molte volte, non in questo quartiere che mi è sempre piaciuto molto.»

Ci sei abituato.
RM: «Non alloggio in questo hotel. E’ un quartiere molto grande, ma in realtà non esco più la notte. Cinque anni fà avrei amato questo posto.»
DG: «Si, è denso di party qui [ride]»
RM: «Ora trovo fastidiose le persone che mi tengono sveglio la notte [ride] Trovo più interessante uscire per una bella cena. Ma io amo New York!»

L’album è stato resgistrato a New York?
RM: «Ho perso traccia di tutti i luoghi nei quali abbiamo registrato questo disco… New York, Los Angeles, London, Berlin, Sydney…»

Si può dire che eravate praticamente in tour, mentre registravate questo album. Non hai bisogno neanche di un tour promozionale.
RM: «Questa è la cosa ironica, il processo era talmente grande che abbiamo finito per registrare i vari posti.»

Che effetto hanno cose del genere sul prodotto finale?
RM: «Cerchiamo di seguire il suono migliore. Sai, quando un suono non è perfetto, si cerca sempre di renderlo migliore. Bisogna cogliere l’attimo e il tipo di attegiamento giusto per certe cose, ed è stato un processo davvero incredibile.»

Qual’è il ricordo più bello legato al processo di registrazione?
RM: «Gli strumenti a corda. Li ho registrati al Sunset Sound (a Los Angeles), nella sala live. Ho avuto un momento molto bello mentre ero lì, perchè proprio in quella sala fu registrato “Pet Sounds» (dei Beach Boys).
DG: «Aspetto sempre qualcuno che bussi sulla mia spalla dicendo “Hey il concerto è iniziato!” [ride] e devo darmi dei pizzicotti. Ho avuto questa esperienza in alcuni concerti, quando ti ritrovi sullo stesso palco, a Philadelphia, dove David Bowie ha registrato un album live, o al Madison Square Garden.»

Ci saranno live show che vi vedranno protagonisti insieme?
DG: «Guarda, come ho già detto, credo che questo sia l’inizio di qualcosa, e sono piuttosto sicuro che in futuro faremo altre cose insieme.»

I fan di “The Light the Dead Sea” non resteranno delusi.
DG: «Non lo penso affatto. Penso che sarà un album che farà molto parlare.»

a cura di Sam Spokony per The Quietus


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