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Martin Gore: «prendevamo il treno con il synth sotto braccio per andare a suonare nei locali»

23.10.2012 press conference Parigi
credits: Sadaka Edmond/SIPA

PARIGI — Finiti gli studi, nel 1978 Martin Lee Gore si mise a lavorare in banca. «Un posto trovato da mia madre, che non sopportava di vedermi vagare per casa. Ma non ero soddisfatto». È stato choosy, come direbbe il nostro ministro Fornero? «Diciamo che non mi sono accontentato. Con i soldi guadagnati in banca mi sono comprato il sintetizzatore più economico dell’epoca, e nel tempo libero suonavo sognando di fare il musicista. Sono, siamo stati fortunati. Il successo è arrivato subito, dopo un anno eravamo già a Top of the Pops. Il mio consiglio quindi è provarci, sempre. Almeno per un po’».

Oggi, dopo 32 anni di carriera e oltre 100 milioni di dischi venduti, il 51enne Martin Gore è pronto a tornare sulla strada con i compagni di sempre Dave Gahan e Andy Fletcher, i Depeche Mode. Lo incontriamo a Parigi per la presentazione del Tour 2013: non c’è ancora il nome dell’album né del tour, ma si sa che la band inglese suonerà a Milano (San Siro) il 18 luglio e a Roma (Olimpico) il 20.

«Abbiamo finito di registrare a New York venerdì pomeriggio e venerdì sera abbiamo preso l’aereo per venire qui ad annunciare i concerti — dice Gore —, il nuovo album è completato». Una traccia, ancora senza titolo, viene fatta ascoltare in anteprima, accompagnata dal filmato in studio di registrazione. La ricerca sonora continua, i Depeche Mode sperimentano ancora tenendosi però aggrappati a quel che li rende unici, le melodie composte da Martin Gore. «Stripped», «Enjoy the Silence», «Never Let Me Down Again», «Walking in My Shoes» o «Home» sono canzoni memorabili anche suonate con un semplice pianoforte, come mostrò tempo fa il pianista francese Sylvain Chauveau.

Perché più di trent’anni fa i Depeche Mode scelsero gli strumenti elettronici, e perché continuano a farlo adesso?
«Allora ci sembrava il modo più sicuro per cercare nuove strade senza cadere nella tentazione retro. Il punk aveva fatto piazza pulita, mi sembrava impossibile riprendere in mano una chitarra dopo i Sex Pistols. I sintetizzatori furono per noi il perfetto strumento punk: tutti potevano usarli e produrre musica, noi prendevamo il treno con il synth sotto braccio per andare a suonare nel locale, attaccavamo il jack e via, tutto molto facile e tutto basato solo sull’originalità. Un processo portato all’estremo oggi da computer e iPad, tutti possono formare una band e soprattutto registrare un album. Il che non è necessariamente un bene» (Gore ride).

Paura della concorrenza?
«No, diciamo che il lavoro delle odiate case discografiche talvolta è stato meritorio, dove non arrivava l’autocritica dei musicisti ci pensavano le etichette a fare la selezione. Adesso è più facile illudersi… Ma non lo dico per arroganza, noi siamo stati molto, molto fortunati».

L’album della consacrazione mondiale, «Violator», lo avete registrato nel 1989 in parte a Milano. Perché quella città?
«Eravamo liberi, non avevamo figli, ci piaceva conoscere posti nuovi e Milano faceva sognare, ci sembrava un luogo interessante, con una vita notturna pazzesca. In effetti furono settimane di feste continue, è stato un miracolo se “Violator” siamo riusciti a registrarlo. Ho un ricordo favoloso di Milano».

Siete partiti come una specie di teen band, poi avete convinto anche gli appassionati di rock e riempito gli stadi, eppure non vi sentite mainstream come gli U2. In che cosa i Depeche Mode sono diversi? «Quando sono molto di buon umore penso che siamo e restiamo una band alternativa, con la particolarità di avere un enorme successo. È l’elettronica, il saper usare la tecnologia, che ci consente di non cadere nei cliché, e di andare sempre avanti».

Si ringrazia: Stefano Montefiori, corrispondente del Corriere della Sera a Parigi. superdupont.corriere.it

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