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Archivio per settembre, 2013

I Depeche Mode tornano a esibirsi in Florida

Tappa al BB&T Center di Sunrise questa domenica con un mix di classici e nuove canzoni da Delta Machine

Come molti gruppi che hanno ottenuto un incredibile successo internazionale, i Depeche Mode hanno affrontato anche una buona dose di avversità, in particolare la dipendenza dalla droga che è costata temporaneamente la vita al cantante Dave Gahan. Ma il gruppo britannico synth pop – la band di musica elettronica più famosa della storia – ha tenuto duro grazie alla forza di successi come “Personal Jesus”, “Enjoy the Silence”, “Walking in My Shoes”, “People are People”, “Strangelove”, “Policy of Truth” e “Just Can’t Get Enough”.

Oggi i Depeche Mode sono tornati con Delta Machine, il loro tredicesimo album, che è stato paragonato ai loro migliori lavori passati per la sua forza ed energia. Successivamente, la voce profonda e baritona di Gahan ha visto una rinascita, e oggi è più calda e intensa che mai.

Il gruppo fa tappa al BB&T Center di Sunrise dopo un tour europeo di successo, e il tastierista e membro fondatore Andy Fletcher ha parlato con Miami.com del tour, del nuovo album, e di chi ha influenzato la band agli inizi.

Com’è stato il tour europeo?

«È strano dirlo, ma è stato proprio esaltante. La partecipazione è stata fantastica, la performance del gruppo strepitosa e il morale di tutti era ottimo, per cui non potremmo essere più contenti e non vediamo l’ora di andare in Nord America. Siamo pieni di entusiasmo.»

Ci sarà qualche variazione nel tour del Nord America rispetto a quello europeo?

«Faremo qualche modifica, ma in sostanza lo spettacolo resterà lo stesso. Cambieremo un po’ le canzoni.»

Avete un repertorio vastissimo, come fate a scegliere le canzoni da suonare e quelle da escludere?

«È molto difficile. Se potessimo suonare quattro ore – so che forse Bruce Springsteen lo fa, ma non possiamo competere con lui – probabilmente riusciremmo a inserire le preferite di ognuno, ma per Dave in particolare è un enorme sforzo fisico. Perciò è difficile, ma pensiamo di aver inserito un buon mix dei primi anni, degli anni di mezzo, e di oggi. Credo che il pubblico sarà soddisfatto.»

Quante canzoni di Delta Machine sentiremo?

«Ne sentirete molte. Per fortuna le canzoni di Delta Machine rendono benissimo dal vivo. Sono semplici, ci sono pochi elementi. Credo che ne sentirete sei o sette.»

Il nuovo album è stato paragonato sia a Violator, sia a Songs of Faith and Devotion: che ne pensi di questi paragoni?

«Beh, noi diciamo sempre che ogni album è diverso, ma forse in Delta Machine c’è qualche legame in più, perché ha sonorità elettroniche con un che di blues, e per questo motivo è facile ripensare a “Personal Jesus”, tratto da Violator

Pur essendo una band elettronica, secondo te da dove arriva questo lato blues?

«Ottima domanda. Martin [Gore], l’autore della maggior parte dei brani, ha sempre amato il blues, ed è stata una continua fonte d’ispirazione. Ma non saprei dire da dove arrivi realmente.»

Il titolo Delta Machine rappresenta in qualche modo il paradosso dell’elettronica che incontra il blues?

«Sì, è questo il bello del titolo, riesce a spiegare la musica che contiene il disco. Altrimenti il titolo non significherebbe niente.»

I Depeche Mode sono stati d’ispirazione per molti, chi ha influenzato voi agli inizi?

«In realtà diverse cose. Siamo stati molto fortunati ad avere quindici anni quando il punk è esploso con i Clash e i Sex Pistols. Prima di allora avevamo David Bowie, i T. Rex e altri artisti simili, poi negli anni ’70 sono arrivati i Kraftwerk e la gente ha cominciato ad ascoltarli anche negli anni ’80. E per noi sono stati una fonte d’ispirazione grandissima per gli strumenti. Quindi parecchie cose. E a volte è la musica che non ti piace a influenzarti. Per esempio, non vuoi fare un certo tipo di musica, ma poi la fai [ride].»

Dave ha scritto molti pezzi del nuovo album, contribuendo più del solito. Le dinamiche del gruppo sono cambiate molto?

«Sì, Dave contribuisce già da diversi dischi con le sue canzoni. Sta diventando sempre più bravo, e questo dà molta più varietà all’album.»

La sua voce è più calda e potente che mai.

«Beh, ora si prende più cura di se stesso. Anche nelle esibizioni dal vivo è più in forma che mai.»

Altri grandi artisti – Elton John, Paul McCartney, i Rolling Stones – hanno smesso di produrre lavori di grande impatto. Come fate a mantenere la vostra grandezza?

«È difficile, perché normalmente i media cercano sempre band giovani e originali. Gli artisti che hai citato sono più anziani di noi, ma anche noi non siamo da meno [ride]. Dicevamo sempre che se non avessimo ritenuto di fare grande musica, allora avremmo dovuto smettere. Ma per nostra fortuna crediamo di fare ancora grande musica e di avere degli album interessanti ancora da realizzare. Perciò siamo felici di essere qui dopo trent’anni, è un sogno divenuto realtà. Non ci aspettavamo di avere una grande popolarità, di fare sold out, di vendere dischi. Pensavamo di durare solo un paio d’anni.»

Poiché siete una band elettronica, avete mai partecipato alla Winter Music Conference a Miami?

«No, però so benissimo di che si tratta e cosa succede. Più che altro è un problema di tempi, quando la fanno noi abbiamo altri impegni oppure siamo in pausa, o cose del genere.»

Avete preso in considerazione l’idea di partecipare in futuro?

«Certo, ci farebbe molto piacere.»

Di Michael Hamersly

fonte miami.com

traduzione a cura di Barbara Salardi esclusivamente per Depeche Mode e Dintorni

 

  • E’ vietata la riproduzione anche solo parziale di questo articolo, senza indicarne provenienza, senza chiedere l’autorizzazione agli autori o i dovuti crediti al Blog.


Una chiacchierata con Andy Fletcher dei Depeche Mode

Dave Gahan, Martin Gore e Andy Fletcher sono considerati da molti i padri della new wave.

Fin dal 1981 i Depeche Mode hanno prodotto decine di brani pop dance sintetici nel Regno Unito – ricevendo dalla nota rivista britannica Q il titolo di “band elettronica più famosa che il mondo abbia mai conosciuto” – mantenendo al contempo il successo negli Stati Uniti.

Pezzi come “People are People”, “Enjoy the Silence” e “Policy of Truth” sono ricordi immutabili di un’epoca che li ha visti come pionieri. Ma i Depeche Mode non restano con le mani in mano.

All’inizio di quest’anno hanno pubblicato il tredicesimo album in studio, Delta Machine, dal quale sono stati estratti due successi che hanno scalato le classifiche dance degli Stati Uniti: “Heaven” ha raggiunto il primo posto e “Soothe My Soul” il settimo.

Da poco terminate le tappe di successo in Europa, i Depeche Mode sono al momento impegnati a portare il Delta Machine tour negli Stati Uniti, che questa settimana arriverà a Lakewood.

In una recente chiacchierata, il tastierista Fletcher ha accennato a quello che i fan potranno aspettarsi dai concerti e a come si tengono in forma adesso i Depeche Mode.

D: A quanto pare quest’estate avete fatto ottimi show in Europa.

R: Abbiamo fatto show strepitosi. Forse è stata la migliore serie di concerti della nostra carriera. Dave è sempre stato fenomenale, il pubblico si è dimostrato fantastico e molto partecipe, perfino nelle zone d’Europa che sono in recessione. La nostra è una carriera da sogno, dagli inizi fino a oggi. Non avremmo mai immaginato di essere ancora qui, di andare in certi paesi, di essere sempre più famosi. È meraviglioso. In tutta sincerità, credevamo che sarebbe durato solo un paio d’anni.

D: La produzione e la scaletta saranno diverse nel tour americano rispetto a quello europeo?

R: La scaletta potrebbe variare. Lo show dovrebbe rimanere sempre lo stesso. È una produzione intelligente, molto semplice. Abbiamo video fantastici, oggi la qualità è straordinaria. Il palcoscenico è molto scarno, l’esibizione spetta tutta a noi.

D: Manterrete l’intermezzo acustico?

R: Sì, serve a far respirare un po’ Dave, e inoltre Martin canterà diversi pezzi. È utile anche per il pubblico. Noi ci scherziamo sempre sopra dicendo che è il momento in cui tutti vanno in bagno!

D: È stato difficile inserire canzoni di Delta Machine avendo l’invidiabile problema di dover scegliere da un repertorio vastissimo?

R: Per noi è un’impresa impossibile mettere insieme la scaletta. Abbiamo più di duecento canzoni e ognuno ha le sue preferite. Alla fine ne abbiamo creata una con brani degli inizi fino a oggi. Abbraccia tutti i nostri album ed è andata alla grande in Europa. Le nuove canzoni sono molto facili da suonare e rendono benissimo dal vivo. Il nostro precedente album [Sounds of the Universe, 2009] era molto più difficile da suonare live.

D: Come pensi si sia evoluta la band nelle esibizioni dal vivo, anche dopo più di trent’anni?

R: Ci sembra di avere gli stessi fan di un tempo, perfino di più. Al momento ci sentiamo pieni di energia e secondo me abbiamo ancora qualcosa da offrire. Non so fino a quando andremo avanti, speriamo che questo non sia l’ultimo tour. I Rolling Stones mi spaventano e mi auguro di non continuare a fare concerti come loro fino a settant’anni! Ma il rock ‘n’ roll è una droga, e l’emozione di salire sul palcoscenico non se ne va facilmente.

D: Fate per caso qualche rito prima del concerto?

R: Abbiamo tutti le nostre routine, come gli attori o i calciatori. Noi ci stringiamo in un abbraccio di gruppo, una specie di “tutti per uno, uno per tutti”, ed è una cosa che facciamo da qualche anno. Tutto il tour è una routine. Ogni giorno si ricomincia da capo. Soltanto in questo modo si può fare un tour, con la routine, solo così si può sopravvivere. In passato avevamo una routine molto malsana.

D: Su YouTube ho visto il video dietro le quinte nel quale lo chef del gruppo diceva di preparare molti piatti biologici. Col passare degli anni avete scelto consapevolmente di mangiare in modo diverso o di fare più esercizio fisico oppure il vostro regime di vita è sempre stato questo?

R: Questo non ha nulla a che vedere con me! Sì, mangio cibi biologici. Ho perso qualche chilo, quindi forse ne vale la pena. Soltanto bistecche biologiche e altro, niente dieta vegetariana. Sembrerà incredibile, ma ci prendiamo cura di noi stessi molto più che in passato. A suo tempo l’esercizio fisico non era contemplato. Adesso abbiamo qualche anno in più e vogliamo esibirci ai massimi livelli, perciò ce la prendiamo con calma e cerchiamo di restare in forma.

D: Fai ancora il DJ?

R: Dopo lo scorso tour ho fatto una tournée mondiale e sono andato in Australia, Cina, India, Giappone e Dubai. È una cosa strana, ma molto interessante.

D: Secondo te il pubblico generale è più propenso ad accettare l’EDM? Presto avremo il TomorrowWorld e a quanto sembra attira moltissime persone.

R: So che in Europa vengono un sacco di ragazzi ai concerti, soprattutto in Italia, di circa 17-18 anni. Non ho fatto spesso il DJ negli Stati Uniti, perché è Martin a fare i concerti americani.

D: Avete fatto parecchi remix. Qual è il tuo preferito?

R: Mi piace il mix “Behind the Wheel/Route 66”.

D: Riesci ancora a essere una persona come le altre pur facendo parte dei Depeche Mode?

R: Il gruppo è famosissimo, ma noi riusciamo a fare una vita tutto sommato normale. Non occupiamo la cronaca scandalistica, e viviamo normalmente. Dave è il dio del rock, io sono l’uomo comune che incontri per strada.

Di Melissa Ruggieri

fonte accessatlanta.com

traduzione a cura di Barbara Salardi esclusivamente per Depeche Mode e Dintorni

 

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Trentatré anni di carriera e canzoni che resistono al tempo. Il tour dei Depeche Mode fa tappa al Barclays Center

Chad Batka for The New York Times

Questa recensione è dedicata al pubblico del concerto dei Depeche Mode di venerdì sera al Barclays Center di Brooklyn, una comunità di persone sensibili e concrete fra i trenta e i cinquant’anni. Coppie solide del ceto medio ovunque: gay, etero, romantiche, platoniche. Il synth pop britannico degli anni ’80 avrà anche avuto le sue radici in Europa, ma ha raggiunto tante persone. Questa folla era multirazziale e multietnica. Fanno baldoria in segreto, non hanno atteggiamenti ostentati. Una folla sulla quale costruire una cultura, se non un’economia.

Al momento impegnati nel tour internazionale per l’ultimo album, Delta Machine, i Depeche Mode sono i Pink Floyd del synth pop: uno spazio mentale a sé dai significati profondi. Presuppongono che il nuovo materiale coinvolga e appassioni gli spettatori, e che questi apprezzino i filmati in bianco e nero senza trama di Anton Corbijn che compaiono sugli schermi alle spalle della band, in accordo con le emozioni dei brani. La loro musica si muove con uguale entusiasmo verso l’oscurità e messaggi d’amore e salvezza. I componenti principali sono cresciuti in Inghilterra durante gli anni ’70 del glam rock, e ricordano bene che un concerto poderoso può cambiare la vita più profondamente di un disco.

C’è un confine che divide il pop d’autore della scorsa generazione (o come si voglia definire, per esempio, gli U2) e la cultura dance radicata nello stesso periodo. I Depeche Mode, con il cantante baritono, Dave Gahan, e l’autore principale, Martin Gore, conoscono questo confine e lo occupano, imponendo una duplice identità costante. Nel corso dei trentatré anni di carriera hanno commissionato remix dance delle proprie canzoni, ma alcune di queste hanno ripetizioni e ritmi intensi entro i quattro minuti di durata da sembrare già dei remix di per sé.

È qui che Dave Gahan, oggi un energico cinquantunenne – negli anni ’90 è stato dipendente dall’eroina e alcuni concerti del tour precedente sono stati annullati per i suoi problemi di salute – s’impone sul palco come pop star di livello superiore. Gahan ha interpretato i suoni e i ritmi di tutti i brani, e le loro atmosfere lunatiche, accattivandosi al contempo il pubblico: «Cantate!» gridava, fra un verso e l’altro, «cantate!». Ha divorato la scena, ancheggiando e saltando sul palcoscenico, con le mani sui fianchi, facendo giravolte con l’asta del microfono alzata. Ma è anche rimasto al proprio posto e ha ballato coi suoi stivaletti da cowboy senza per forza cercare l’approvazione del pubblico, come se ci si fosse imbattuti in lui naturalmente.

All’inizio, l’aspetto e il suono erano quelli di un gruppo pop elettronico. Gahan si spostava fra tre sintetizzatori: uno suonato da Gore, con unghie laccate, un altro da Andy Fletcher, il terzo componente originario, e l’ultimo dal turnista Peter Gordeno. Con loro, alla batteria, c’era anche il turnista Christian Eigner. Ma poi, Gore è passato alla chitarra e tutte le facili definizioni sono andate in frantumi. Come musicista e autore di canzoni, Gore se la cava bene. Il nuovo singolo “Heaven” somigliava agli ultimi Beatles, una lenta e tormentata introduzione del successo del 1989, “Personal Jesus”, alla John Lee Hooker, e “I Feel You”, simile a un pezzo di industrial doom metal. E alcune canzoni interpretate da solo, con una tastiera ad accompagnare la sua voce chiara e intensa, “Home” e “But Not Tonight”, sarebbero potute provenire dai più recenti musical.

Per due volte la band ha eseguito canzoni remixate e non le versioni originali, ma da queste il pubblico non ha ricevuto un invito esplicito a preoccuparsi, e così non è stato. Questa folla ha comunicato una sensazione curiosa: che era sempre disponibile a ballare, ma che l’avrebbe fatto quando avesse voluto. Ha risposto con ardore ai grandi successi degli anni ’80, “Enjoy the Silence” e “Just Can’t Get Enough”, eppure, curiosamente, ha sempre mantenuto la propria dignità. Ha riunito l’intensità della band con la propria.

di Ben Ratliff

fonte: nytimes.com

traduzione a cura di Barbara Salardi esclusivamente per Depeche Mode e Dintorni

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Davide Marani: ‘un legame molto speciale con i Depeche Mode’

Ultimamente ci stiamo interessando sempre più a Didascalis, specialmente dopo aver ascoltato  l’album di cover Depeche Mode ‘Enjoy My Wrong Shoes’ (dal 17 settembre anche nei negozi di dischi), e la curiosità di scoprire come è nato il progetto, ci ha spinti a contattare la mente di tutto, Davide Marani.
Proprio qualche giorno fà, a poche ore dal suo live al Fantini Beach di Cervia, abbiamo raggiunto telefonicamente Davide che ci ha concesso alcuni minuti per rispondere alle nostre domande.

foto di Marco Leonardi

Come è nato il progetto Didascalis?

«Nel 2001 i gestori di un locali in cui lavoravo vennero da me e mi dissero: “devi suonare il chillout!” e prontamente risposi: “e che diavolo é???”
Mi documentai, comprai cd, attinsi anche da autori noti come Moby, Simply Red, AiR etc…
Poi ad un certo punto mi dissi: “scusa, ma, so suonare e comporre; perché non mi faccio qualcosa da solo???”
Ed arrivarono i primi brani… poi persi il controllo e sono arrivato al 4° album.»

Perchè l’idea di proporre cover dei depeche mode e perchè proprio in questa chiave originale?

«Un giorno parlando con il mio editore (non lo chiamo discografico…), mi disse: “oggi vendono due cose in musica: le hits e le covers delle hits”.
Considerando che mi ha pubblicato i primi albums guadagnandoci ben poco, sia lui che io ovviamente (dato che comunque ho inizato a comporre per hobby), e per lo più di brani miei inedti salvo qualche sporadica covers, ho pensato fosse il momento di “sdebitarmi” fornendogli del materiale un pò più papabile di quello precedente.
Amo i Depeche Mode da quando avevo 13 anni, quando sentii alla radio Shake The Disease, e mi girava da un pò in testa l’idea di tributare alla band che mi ha fatto da colonna sonora per buona parte della mia esistenza, e di approcciarmi ad un lavoro di covers senza dover nemmeno ascoltare i brani originali, tanto profonda è la conoscenza del loro repertorio.

La chiave è stata obbligatoria, nel senso che non sono un artista pop.
Lo stile a cui più mi avvicino è il lounge o chillout, ma non ho una precisa connotazione.
Mi piace comporre ed arrangiare per diletto, usufruendo della tecnologia che oggi ci viene messa a disposizione, fondendola con gli strumenti tradizionali che so suonare io o amici musicisti.
In Enjoy My Wrong Shoes non mancano i pianoforti, i fiati (trombe e sax), le chitarre elettriche ed addirittura il violoncello, ma a volte l’atmosfera è deephouse quanto jazzy, un pò acidjazz quanto chill…
Ad oggi, ormai, le etichette servono e non.»

Beh visto che ‘le etichette servono e non’ cosa mi dici di quegli artisti che hanno uno stile più definito? Voglio dire, se hai una natura rock è chiaro che non puoi cimentarti nella Tosca di Sardou.

«Ahahahahah, beh è ovvio!
credo che nell’affermazione che ho fatto debbano rientrarci diversi ingredienti:
il non porsi limiti, e soprattutto avere la fortuna di farsi piacere, amare e cimentarsi in più generi – ti cito solo alcuni nomi che mi hanno contagiato tutti in una volta da adolescente, come fosse stato un virus gigante: Yes, Chris Rea, John Coltrane, Pat Metheny, Iron Maiden, Yngwie Malmsteen, Duran Duran / Arcadia, Rockets, Supertramp e mi fermo con i Marillion, oltre ovviamente ai Depeche Mode, a capo della piramide… quindi quando si ha il cervello predisposto a tanti generi, poi l’abilità sta nell’attingerne un pò da ognuno.
Altra cosa importante è avere la consapevolezza del ‘in che cosa riesco meglio, o per lo meno, più naturale?’…
Se hai una voce come BonJovi o Axl Rose, la scelta diventa ovvia.
Nel mio trio pop/rock mi cimento in U2 o Billy Idol, ma se non faccio il verso o l’imitazione di qualcuno il ‘mio mondo’ è morbido (forse anche torppo), ma cerco di contaminarlo con tutto ciò di cui ho parlato finora. »

Hai dedicato questo album a tuo padre, so che c’è un legame speciale con i Depeche Mode. Ti va di raccontarci?

«Mio padre era musicista anche lui, e non so se mi abbia tramandato lui la passione, essendo essa abbastanza diffusa in tutta la famiglia.
Mi ha accompagnato a vedere tanti concerti, primo tra tutti (di cui mi vanto) i DM a Rimini, nel 1986, e ricordo vividamente che mi chiese se volevo l’accendino su It Doesn’t Matter Two (motivo per cui è stata inserita in EMWS), e io risposi di no perché avevo paura di scottarmi!, poi ancora il Masses Tour e tanti altri artisti che ho amato…
Quando ho iniziato a comporre, ma non a questo livello, chiedevo sempre lui un parere, e spesso durante le mie serate me lo ritrovavo a bere una birretta senza che mi dicesse nulla…
Quando sentiva la nuova di Sting, o BonJovi o i Depeche alla radio mi chiedeva se l’avevo già preparata e voleva sentire come mi veniva.
Se n’è andato nel 2010, tra l’altro a fine di una serata in cui suonava con un gruppo di amici, e a cui avrei dovuto esserci stato pure io ma suonavo da un’altra parte.
Che mi manchi è palesissimo, e mi è sembrato impossibile non dedicargli questo album, sperando che … possa sentirlo … da qualche parte …

Da qui si può capire che, ‘purtroppo o per fortuna’, mischio vita, lavoro, professione, hobby, musica, composizione, covers e originalità in un unico cocktail.»

foto di Marco Leonardi

Oltre Didascalis di cosa ti occupi?

«La domanda dovrebbe essere inversa!
Io sono comunque un musicista di professione da circa 23 anni.
Suono nei locali come ‘piano-man’, ma col tempo ho messo insieme diverse formazioni live essendo polistrumentista, rock e tribute, a volte alle tastiere, altre al basso o alla chitarra acustica, sempre comunque cantando.
Il che mi ha formato non poco, e conoscendo bene l’inglese, ho avuto modo di collaborare con diversi djs/producers italiani, in veste di turnista cantante, ma anche compositore ed arrangiatore.
Non sto a fare nomi… basta googleare o youtubbare un pò…»

Dopo l’album Enjoy My Wrong Shoes stai già pensando al prossimo?

«Effettivamente sì…
Ho un paio di idee, ma non so se continuare sul discorso covers (ci sono un paio di bands della mia epoca che vorrei “sviscerare” – Duran Duran e Tears For Fears) o tornare alle mie composizioni originali.
Se facessi un 50/50 alcune covers le ho già pronte, anzi, un album così lo si può trovare su Bancamp, anche se non è ufficialmente pubblicato su iTunes.
L’alacrità non manca, ed è inversamente proporzionale al mercato.
Oggigiorno c’è molta pigrizia e si fa poca ricerca nella musica; non vorrei fosse un punto a mio sfavore avere tanto materiale in circolazione.
Coverizzare i DM però ha avuto un suo senso, ovvero ammorbidire le loro sonorità dark e cupe; non saprei se riuscirei ad ottenere lo stesso risultato con altre bands. Vedremo…»

www.didascalis.it

www.facebook.com/didascalis

www.facebook.com/davidemaraniofficial

ascolta Enjoy My Wrong Shoes

Enjoy My Wrong Shoes su iTunes, Amazon e bandcamp

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Anton Corbijn riporta in vita il mito di James Dean con ‘Life’

Foto di Jesse Willems

Anton Corbijn, autore di Control, The American e A Most Wanted , torna a dirigere il grande schermo raccontando la storia del rapporto tra James Dean e il fotografo di Life Magazine, Dennis Stock.

Ambientata nel 1955, la storia si sviluppa dall’incontro tra i due giovani durante la première di La valle dell’Eden, prima che James Dean raggiungesse la fama per il suo ruolo di ribelle. Dennis Stock segue l’attore a New York, Los Angeles e Indiana per un servizio fotografico commissionatogli dalla rivista Life Magazine, scoprendo così le mille sfaccettature e la personalità della futura leggenda del cinema.

La sceneggiatura di Life è affidata a Luke Davis (Candy o Paradiso + Inferno con Heath Ledger) mentre a produrre il film ci saranno Ian Canning ed Emile Sherman per See-Saw Films (Il discorso del Re).
Il ruolo di James Dean è andato a Dane DeHaan (Lincoln, The Amazing Spider-Man 2, True Blood).
A vestire i panni di Dennis Stock sarà invece l’inglese Robert Pattinson (Twilight saga, Remember Me, Bel Ami, Cosmopolis)

Inutile ricordare l’importanza che ha Corbijn per i fans dei Depeche Mode, considerato quasi il quarto membro della band.

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