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Trentatré anni di carriera e canzoni che resistono al tempo. Il tour dei Depeche Mode fa tappa al Barclays Center

Chad Batka for The New York Times

Questa recensione è dedicata al pubblico del concerto dei Depeche Mode di venerdì sera al Barclays Center di Brooklyn, una comunità di persone sensibili e concrete fra i trenta e i cinquant’anni. Coppie solide del ceto medio ovunque: gay, etero, romantiche, platoniche. Il synth pop britannico degli anni ’80 avrà anche avuto le sue radici in Europa, ma ha raggiunto tante persone. Questa folla era multirazziale e multietnica. Fanno baldoria in segreto, non hanno atteggiamenti ostentati. Una folla sulla quale costruire una cultura, se non un’economia.

Al momento impegnati nel tour internazionale per l’ultimo album, Delta Machine, i Depeche Mode sono i Pink Floyd del synth pop: uno spazio mentale a sé dai significati profondi. Presuppongono che il nuovo materiale coinvolga e appassioni gli spettatori, e che questi apprezzino i filmati in bianco e nero senza trama di Anton Corbijn che compaiono sugli schermi alle spalle della band, in accordo con le emozioni dei brani. La loro musica si muove con uguale entusiasmo verso l’oscurità e messaggi d’amore e salvezza. I componenti principali sono cresciuti in Inghilterra durante gli anni ’70 del glam rock, e ricordano bene che un concerto poderoso può cambiare la vita più profondamente di un disco.

C’è un confine che divide il pop d’autore della scorsa generazione (o come si voglia definire, per esempio, gli U2) e la cultura dance radicata nello stesso periodo. I Depeche Mode, con il cantante baritono, Dave Gahan, e l’autore principale, Martin Gore, conoscono questo confine e lo occupano, imponendo una duplice identità costante. Nel corso dei trentatré anni di carriera hanno commissionato remix dance delle proprie canzoni, ma alcune di queste hanno ripetizioni e ritmi intensi entro i quattro minuti di durata da sembrare già dei remix di per sé.

È qui che Dave Gahan, oggi un energico cinquantunenne – negli anni ’90 è stato dipendente dall’eroina e alcuni concerti del tour precedente sono stati annullati per i suoi problemi di salute – s’impone sul palco come pop star di livello superiore. Gahan ha interpretato i suoni e i ritmi di tutti i brani, e le loro atmosfere lunatiche, accattivandosi al contempo il pubblico: «Cantate!» gridava, fra un verso e l’altro, «cantate!». Ha divorato la scena, ancheggiando e saltando sul palcoscenico, con le mani sui fianchi, facendo giravolte con l’asta del microfono alzata. Ma è anche rimasto al proprio posto e ha ballato coi suoi stivaletti da cowboy senza per forza cercare l’approvazione del pubblico, come se ci si fosse imbattuti in lui naturalmente.

All’inizio, l’aspetto e il suono erano quelli di un gruppo pop elettronico. Gahan si spostava fra tre sintetizzatori: uno suonato da Gore, con unghie laccate, un altro da Andy Fletcher, il terzo componente originario, e l’ultimo dal turnista Peter Gordeno. Con loro, alla batteria, c’era anche il turnista Christian Eigner. Ma poi, Gore è passato alla chitarra e tutte le facili definizioni sono andate in frantumi. Come musicista e autore di canzoni, Gore se la cava bene. Il nuovo singolo “Heaven” somigliava agli ultimi Beatles, una lenta e tormentata introduzione del successo del 1989, “Personal Jesus”, alla John Lee Hooker, e “I Feel You”, simile a un pezzo di industrial doom metal. E alcune canzoni interpretate da solo, con una tastiera ad accompagnare la sua voce chiara e intensa, “Home” e “But Not Tonight”, sarebbero potute provenire dai più recenti musical.

Per due volte la band ha eseguito canzoni remixate e non le versioni originali, ma da queste il pubblico non ha ricevuto un invito esplicito a preoccuparsi, e così non è stato. Questa folla ha comunicato una sensazione curiosa: che era sempre disponibile a ballare, ma che l’avrebbe fatto quando avesse voluto. Ha risposto con ardore ai grandi successi degli anni ’80, “Enjoy the Silence” e “Just Can’t Get Enough”, eppure, curiosamente, ha sempre mantenuto la propria dignità. Ha riunito l’intensità della band con la propria.

di Ben Ratliff

fonte: nytimes.com

traduzione a cura di Barbara Salardi esclusivamente per Depeche Mode e Dintorni

  • E’ vietata la riproduzione anche solo parziale di questo articolo, senza indicarne provenienza, senza chiedere l’autorizzazione agli autori o i dovuti crediti al Blog.

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  1. Pingback: Una chiacchierata con Andy Fletcher dei Depeche Mode | Depeche Mode e dintorni

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