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Depeche Mode nella colonna sonora del film “White Bird in a Blizzard”

Il brano in questione è Behind The Wheel (Beatmasters Mix) del 1987
Il film è diretto dal regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense Gregg Araki ed è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Laura Kasischke.

Trama:
Kat Connors ha 17 anni quando la madre Eva, una donna bellissima ed enigmatica, scompare. Avendo vissuto per tanto tempo in un clima di soffocamento e repressione emotiva, Kat considera quasi un sollievo la sua assenza e il padre Brock, un uomo di poco polso, non può certo biasimarla. Con il trascorrere del tempo, però, Kat inizia a fare i conti con quanto la scomparsa pesi invece sulla sua esistenza e un giorno, rientrando a casa dal college, è costretta a confrontarsi con la verità che si cela dietro quell’improvvisa partenza.

White Bird in a Blizzard è stato mostrato in anteprima al Sundance Film Festival il 20 gennaio scorso.
Il film è On Demand negli USA dal 25 settembre e sul grande schermo dal 24 ottobre.
Non è ancora prevista una distribuzione in Italia.

Tracklist
01. Sea, Swallow Me – Cocteau Twins e Harold Budd
02. Heartbreak Beat – The Psychedelic Furs
03. Temptation – New Order
04. Behind The Wheel (Beatmasters Mix) – Depeche Mode (US)
05. Living In Another World – Talk Talk
06. Everybody Wants To Rule The World – Tears For Fears
07. Bring On The Dancing Horses – Echo and The Bunnyman
08. A Private Future – Love and Rockets
09. These Early Days – Everything But The Girl
10. It’s a Mugs Game – Soft Cell
11. Being Boring – Pet Shop Boys
12. Darklands – The Jesus and Mary Chain
13. Gone Forever – Ulrich Schnauss

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Anton Corbijn riporta in vita il mito di James Dean con ‘Life’

Foto di Jesse Willems

Anton Corbijn, autore di Control, The American e A Most Wanted , torna a dirigere il grande schermo raccontando la storia del rapporto tra James Dean e il fotografo di Life Magazine, Dennis Stock.

Ambientata nel 1955, la storia si sviluppa dall’incontro tra i due giovani durante la première di La valle dell’Eden, prima che James Dean raggiungesse la fama per il suo ruolo di ribelle. Dennis Stock segue l’attore a New York, Los Angeles e Indiana per un servizio fotografico commissionatogli dalla rivista Life Magazine, scoprendo così le mille sfaccettature e la personalità della futura leggenda del cinema.

La sceneggiatura di Life è affidata a Luke Davis (Candy o Paradiso + Inferno con Heath Ledger) mentre a produrre il film ci saranno Ian Canning ed Emile Sherman per See-Saw Films (Il discorso del Re).
Il ruolo di James Dean è andato a Dane DeHaan (Lincoln, The Amazing Spider-Man 2, True Blood).
A vestire i panni di Dennis Stock sarà invece l’inglese Robert Pattinson (Twilight saga, Remember Me, Bel Ami, Cosmopolis)

Inutile ricordare l’importanza che ha Corbijn per i fans dei Depeche Mode, considerato quasi il quarto membro della band.

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“I Dream of Wires” un film che racconta la storia dei sintetizzatori modulari

I Dream Of Wires, è un film documentario sulla storia e la rinascita dei sintetizzatori modulari. Il film, sponsorizzato da MATRIXSYNTH e attualmente in produzione, darà la possibilità di conoscere o approfondire la storia e lo sviluppo iniziale dei sintetizzatori modulari, tutto questo raccontato da chi li ha vissuti in prima persona: seminal modular designers come Don Buchla, i primi pionieri della musica elettronica come Morton Subotnick e Bernie Krause.

I Sintetizzatori Modulari, ebbero un forte calo durante gli anni 70, sostituiti dai sintetizzatori portatili come il Minimoog.
Negli anni 80, i sintetizzatori modulari vennero considerati reliquie obsolete, con sintetizzatori digitali come DX7 Yamaha, e relativi software, diventarono dei veri strumenti del mestiere per i musicisti elettronici.
Dai primi anni 90, una nuova generazione di musicisti elettronici cominciò a cercare il suono analogico e l’esperienza tattile di sintetizzatori analogici vintage, modulari inclusi.

I Dream Of Wire, diretto da Robert Fantinatto e prodotto da Jason Amm, incontrerà musicisti che, seppur lavorando in generi differenti, utilizzano sia classici d’epoca che i più recenti sistemi modulari. Artisti affermati come Trent Reznor (Nine Inch Nails), Cevin Key (Skinny Puppy) e Vince Clarke (Erasure / Depeche Mode) ci mostreranno i loro sistemi spiegando le motivazioni che li hanno spinti ad usare questo tipo di tecnologia.

(Primo video della serie) Nel mese di aprile 2012, il team di I Dream of Wires, ha incontrato il leggendario produttore techno di Detroit, Carl Craig, che ha parlato delle sue influenze musicali nel genere elettronico e le esperienze di produzione, compreso il suo recente interesse verso l’eurorack modular synthesis. Per maggiori info visita carlcraig.net
(Secondo video) Il Canada occupa un posto significativo nella storia dello sviluppo dello strumento elettronico: dalle rivoluzionarie invenzioni di Hugh Le Caine nel 1940, per le innovazioni presso l’ Electronic Music Lab University di Toronto nel 1960.
Recentemente, il Canada è tornato a svolgere un ruolo significativo per la rinascita dei sintetizzatori modulari; è sede di due produttori di tutto rispetto: Modcan, fondata da Bruce Duncan, di Toronto, la prima azienda a reintrodurre sintetizzatori modulari nel mercato post-MIDI. La Intellijel, fondata da Danjel Van Tijn di Vancouver, che produce sintetizzatori Eurorack.
Per maggiori informazioni visita: modcan.com e intellijel.com
(terzo video) Il duo canadese Orphx, producono musica dal 1993, per molti anni conosciutissimi nei circoli della musica sperimentale/industrial. Pubblicati di recente su etichetta Sonic Groove. gli Orphx hanno riscosso ottime critiche da molti dei migliori DJ techno. Dopo essersi esibiti per diversi anni usando computer portatili, gli Orphx di Christina Sealey, prendono la decisione di approfondire con i sintetizzatori modulari, sperando di donare maggiore spontaneità ed entusiasmo alla loro musica, sia dal vivo che in studio.
Per maggiori informazioni visita: orphx.com

(quarto video) L’artista elettronico canadese Solvent, è stato incaricato per la creazione della colonna sonora di “I Dream of Wires“. Questa sfida gli ha permesso di lavorare con una vasta gamma di sintetizzatori modulari, sia nuovi che vintage.
Solvent, all’anagrafe Jason Amm originario dello Zimbabwe e attualmente residente a Toronto, in Canada, ha pubblicato, nel 1997, un brand musicale che comprende IDM. Meglio conosciuto per le sue pubblicazioni su Morr Music e Ghostly International, Solvent è co-fondatore dell’etichetta Suction Records.
Tutta la musica presente in questo video, è stata creata da Solvent durante la sessione di registrazione. Non è stata utilizzata nessuna drum machine, nessun campionatore o sintetizzatore cablato. Ogni suono è stato creato da zero seguendo una selezione di sistemi di sintetizzatori modulari:  Eurorack, Modcan, Synthesizers.com, e Moog 15. Solvent, oltre a scrivere la colonna sonora, ha prodotto e sceneggiato “I Dream Of Wires”.
Per maggiori informazioni: solventcity.com, facebook.com/solvent, soundcloud.com/solvent

I Dream Of Wires: dreamofwires.org, facebook.com/idreamofwiresdocumentary

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Personal Jesus dei Depeche Mode nel trailer del film “The Devil’s Double”

Lee Tamahori, regista neozelandese di Once were warriors, assente dal grande schermo dal 2007, torna in pista con The Devil’s Double, ospite delle edizioni 2011 del Sundance Film Festival (20-30 gennaio), tra le anteprime, e della Berlinale (10-20 febbraio) nella sezione Panorama.
Il film – scritto da Michael Thomas, sceneggiatore di Ladyhawke, Miriam si sveglia a mezzanotte e B. Monkey  – e ambientato alla fine degli anni ’80, è tratto dal libro autobiografico di Latif Yahia, tenente dell’esercito iracheno costretto, pena la morte della sua famiglia, a spacciarsi per il figlio di Saddam, Uday Hussein.
Il protagonista è Dominic Cooper (An Education, La duchessa, Tamara Drewe) che ricopre entrambi i ruoli, Ussein e il suo sosia, affiancato dalla femme fatale Sarrab (Ludivine Sagnier – Swimming Pool, L’innocenza del peccato, Nemico pubblico n°1 L’istinto di morte e L’ora della fuga, Pieds nus sur les limaces). Nel cast anche Oaïssa Mimoun, Rawi Raad e Philip Quast. The Devil’s Double in uscita il 29 luglio negli Stati Uniti.

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Nel trailer di The Devil’s Double non potrete fare a meno di notare le prorompenti note di un superclassico dei Depeche Mode Personal Jesus. Il singolo, pubblicato nel 1989, lancerà il disco Violator e sarà fra i più venduti di tutti i tempi. Il brano è stato posizionato al 368° posto nella classifica delle migliori canzoni di tutti i tempi secondo la famosa rivista musicale Rolling Stone.
Il pezzo, di forte identità rock-blues, è arrangiato con l’ausilio della musica elettronica e presenta un testo abbastanza originale, metaforizzando con la fede e la religione. Questa miscela ne fa una canzone particolare ed alternativa.
Brano scritto da Martin Gore il quale dice di essersi ispirato al libro di Priscilla Presley “Elvis and me”.
Un episodio della serie televisiva Scrubs si chiama “My own personal Jesus”, un ovvio riferimento alla canzone. In Matrix, Neo apre la porta della sua camera, il cui numero è 101 (ossia un album e un film sui Depeche Mode), quindi dà un disco ad un uomo che ringranziandolo gli risponde: “Sei il mio salvatore, amico. Il mio Gesù personale”.

 

Reach out and touch faith!


Il fotografo olandese Anton Corbijn parla di se e del suo primo film hollywoodiano

Dice che odia essere etichettato come un fotografo rock e che gli inglesi non hanno mai apprezzato la sua arte. Sarà il suo nuovo film con George Clooney a portare ad Anton Corbijn la credibilità che desidera?

Corbijn dice: “Se avessi iniziato adesso la mia carriera, non credo ci sarebbe stato un posto per me“.

E’ probabile che alcuni di voi si siano già imbattuti, senza rendersene conto, in alcuni lavori di Anton Corbijn. Uno dei suoi lavori è stata la copertina dell’album degli U2 “The Joshua Tree” – Bono è il resto della band in un immagine malinconica nel deserto –  Ha diretto i Depeche Mode nel video “Enjoy The Silence“, Dave Gahan cammina attraversando un drammatico paesaggio indossando una corona e abiti signorili. E ancora Joy Division nel corridoio della metropolitana di Londra, una foto che ha simultaneamente aperto le porte alla carriera di Corbijn e della band mentre prefigura, nel 2007, il suo debutto al controllo della regia con “Control” un racconto impressionante sulla scomparsa del leader e cantante della band Ian Curtis.

In passato, Corbijn è stato un pò tagliato fuori in Inghilterra, i suoi lavori non erano riconosciuti (si trasferì a Londra alla fine del 1979 dalla natia Olanda per diventare capo fotografo al NME [New Musical Express]). “Non credo che gli inglesi abbiano capito il valore delle cose che ho fatto“. I Depeche Mode sin son sempre associati a lui come un direttore creativo, ha girato video, disegnato le copertine degli album e ideato coreografie. Cobijn è più apprezzato in Europa e negli Stati Uniti dove frequentemente organizza mostre dei suoi lavori.

Recentemente ha girato una campagna pubblicitaria per G-Star [guarda le immagini] che vede come protagonista l’attrice Liv Tyler. E’ questo l’animo di Corbijn, un tipo che non fa troppe lamentele. Mite, educato, i suoi modi sono molto morbidi. E’ un gigante buono e queste qualità lo distinguono, almeno in questo ultimo periodo. Un reporter dell’  “Independent” lo ha incontrato recentemente al Soho Hotel di Londra dove Corbijn indossava una giacca di jeans blu, una T-shirt marrone e un paio di pantaloni grigi. Rimanendo particolarmente colpito da quanto fosse meno aggressivo il Corbijn di oggi arrivato a 55 anni rispetto al passato. Capelli grigi e sfuggenti, barba incolta dandogli un aria da  “pericoloso”. 

Eppure, riecheggiano alcuni dei suoi primi soggetti – David Bowie e U2 in particolar modo – il successo di Corbijn è sempre stato per quel suo modo di reinvenzione. Lui odia essere etichettato come un fotografo rock, e non dirige più video musicali. “I miei orizzonti si sono estesi” dice col suo tenue accento olandese. Ora Corbijn è un cineasta e parla del suo secondo film “The American“. Il film è in vetta alle classifiche d’incassi nella prima settimana di uscita negli Stati Uniti, incassando già tre volte il suo budget (20 milioni di dollari). Naturalmente è di aiuto la presenza della star George Clooney che interpreta un killer che fugge nascondendosi in un isolato paese in Italia dopo essere diventato lui stesso un bersaglio.

In “The American” si avverte un considerevole cambiamento di Corbijn rispetto al suo debutto alla regia con “Control“. “E’ molto differente da Control” riconosce Corbijn mentre si accomoda su una sedia accanto a una pila di copie della copertina rigida di Inside The American. “E’ un film di Hollywood, che vede protagonista un grande attore, è differente da un film indipendente.  E’ un genere diverso, è finzione, è contemporaneo, è a colori, è in multilingua. “Control” era solo in inglese e tedesco e in bianco e nero. Durante le riprese faceva molto freddo, periodo ottobre/novembre, è stato differente. Ho cercato di accumulare più esperienze possibili, per il secondo film“.

La società di Clooney “Smoke House” e la “mini-major” di Hollywood “Focus Features“, hanno contribuito finanziarimente mentre Corbijn ha sviluppato il progetto, assumendo Rowan Joffe (figlio del regista Roland Joffe) per adattare il romanzo di Martin Booth. Corbijn ammette di averlo trovato difficile rispetto alla realizzazione di Control anche perchè le dinamiche tra una fiction e un film biografico, per quanto riguarda le scelte narrative, sono differenti. In “The American” il ritmo è graduale, non improvviso. Il dialogo è minimale. Le composizioni sono costruite con la maestria che lo stesso personaggio di Clooney impiega nelle sue azioni.

Una qualità feticista avvolge le scene in cui Clooney gioca con le armi, e Corbijn cita film come “The Conversation” e “The Day of the Jackal” con una certa influenza. Con l’inclusione di scene dal film di Sergio LeoneC’era una volta il West“, è chiaro che lui vede questo film come un moderno Western: Clooney cavalca nel paese prima di essere travolto dal suo passato. La storia flirta deliberatamente e pericolosamente con dei clichè. Clooney, assassino angosciato, si aggrappa a un sacerdote (Paolo Bonacelli) e a una prostituta (Violante Placido) il cui cuore d’oro se n’è innamora. Corbijn lo definisce un caso di bene contro il male: “E’ un concetto di vita semplice che mi piace molto“.

Naturalmente, ci tenta il fatto di correlare tutto questo con il background di Crobijn. Nato a Strijen nella parte occidentale dei Paesi Bassi, figlio di un pastore, visse un infanzia più tosto clausurale. Ricorda: “Quando avevo 16 anni siamo andati in un museo per la prima volta. Si trattava di Rembrandt perchè raffigurava scene bibliche, l’unico modo per far capire l’arte a mio padre“. E suo padre non era l’unico. Il 60% della sua famiglia – il nonno e gli zii – erano pastori come lui. La sua famiglia avrebbe voluto che anche lui seguisse le loro stesse orme? Corbijn scuote a testa e dice: “Non mi hanno mai spinto a farlo“.

Al contrario, si avvicinava verso la fotografia. Il suo primo grande soggetto fu il musicista olandese Herman Brood in un caffè di Groningen nella metà del 1970. Lui ammette di non essere mai stato ambizioso: “Non ho mai immaginato di arrivare dove sono oggi. E’ stato tutto una felice coincidenza. Anche il fatto di andare in Inghilterra. Ho avuto problemi in Olanda per la pubblicazione delle mie foto, la gente pensava che fossero troppo particolari. Andare in Inghilterra per Joy Division è stato molto importante per la mia carriera“. Anche allora, nessuno voleva pubblicare le sue immagini fino a quando Ian Curtis morì. 

Questo fu la rivelazione di Corbijn che aveva già molti amici famosi, non ultimo Tom Waits che incontrò nel 1977. “Quando ci siamo incontrati per la prima volta, ero solo un timido fotografo di una rivista locale [la coppia si conobbe solo in termini professionali]. Ma nei primi anni 80, abbiamo avuto modo di conoscerci meglio“. Il risulatato della loro amicizia trentennale ha generato un libro, Waits/Corbijn, con oltre 200 candidi scatti di Corbijn e uno di 48 pagine con testi e immagini di Waits. “Sono immagini di cose viste per strada o alberi morti” [ghigna Corbijn]

Dimostrando quanto lontana fosse la sua opera da colleghi celebri come Annie Leibovitz e Helmut Newton, Corbijn tiene a sottolineare che questo non è un documento del mondo di Waits –  “Non cerca di dire ‘Questa è la vita di Tom’ ” dice ancora “Questo è il bello! Quando lavoriamo iniseme, siamo completamente soli. Nessuna casa discografica, nessun Make-up. Non c’è nulla. Solo lui e io che giro intorno o sto seduto da qualche parte…è grandioso! Questo è il mio modo di lavorare anche con altre persone. E’ abbastanza sciolto, libero. Non ho luci o altro“.

Corbijn's exhibition "Inwards and Onwards"E’ questa sorta di intimità casuale che domina gran parte del suo lavoro – da poco ha aperto una mostra allo Stellan Holm Gallery di New York dal titolo “Inwards e Onwards” [guarda le immagini] (il genere dei soggetti è iconico – Waits, Iggy Pop, Bruce Springsteen, Alexander McQueen – stile old-school). Si dispera quando alcuni fotografi devono immortalarlo. “E’ davvero impressionante ciò che fanno. Click-click, click-click… e cosa è successo? Niente di niente, nulla di più”.

Bisognerebbe chiedersi come sarà il futuro Corbijn. Certo tra rilegare ad arte le copertine degli MP3 per una casa discografica e il declino dell’importanza delle riviste rock, Corbijn è ben consapevole che se la sua carriera fosse iniziata oggi, non avrebbe avuto chance. “Non credo ci sarebbe stato un posto per me“, ammette. “Quando ho iniziato era diverso, potevo permettermi di farlo. Sono contento di essere riuscito a fare tutte queste cose perchè era questo il mio sogno – essere vicino alla musica e fotografarla“.

Un sogno diventato realtà. Da allora Corbijn ha messo anima e corpo per proteggere la sua carriera. Quando ha diretto Control, e il finanziamento crollò, vendette la sua casa per mettere su la quota necessaria. “Visto il risultato, lo farei ancora“, dice “E’ stato un periodo meraviglioso della mia vita. Non avrei mai voluto perderlo per i soldi“. Dopo il modesto successo di The American, sta già pensando al suo terzo film che farà entro i prossimi due anni.