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L’intervista esclusiva di Live Nation a Martin Gore dei Depeche Mode

L'intervista esclusiva di Live Nation a Martin Gore

Questa mattina il sito onenation.livenation.com ha pubblicato una video intervista a Martin Gore risalente a qualche settimana fa.  Di seguito la traduzione con URL diretto al video.

Parte 1: I Depeche Mode prendono il controllo. Il suono vivo e schietto di Martin Gore. (guarda il video)

«Il pubblico è già con noi a partire dalle prime note, ancor prima di vederci salire sul palco, perfino nell’introduzione.»

«Adesso ci esibiamo in modo diverso, perché suoniamo insieme da molti anni. Il suono è molto più puro, più live e a volte si distacca parecchio dai dischi.»

«Già nel 1998 abbiamo fatto una scelta coraggiosa per The Singles Tour, quando per la prima volta abbiamo usato la batteria dal vivo per tutti i pezzi, con Christian Eigner.»

«Finora il pubblico non ci ha mai deluso. È soprattutto grazie a Dave, perché è un frontman talmente bravo che riesce a far partecipare proprio tutti: dalle persone in prima fila a quelle in fondo.»

«È bravo a coinvolgere il pubblico con gesti e movimenti delle mani, ha un carisma eccezionale. Riesce a estendersi in qualsiasi punto del palcoscenico.»

«Anche la gente, vedi tutti che si guardano intorno increduli, non riescono a credere ai propri occhi. E questo capita sempre.»

Parte 2: La magia sul palco dei Depeche Mode. Una chiacchierata intima ed esclusiva con Martin Gore (guarda il video)

«Da parecchio tempo, già a partire da Violator, ci dilettiamo di ritmi e atmosfere blues. Stavolta volevamo che fosse più evidente, per questo abbiamo scelto il titolo Delta Machine

«Questa volta abbiamo dato una lista interminabile al nostro programmatore e gli abbiamo detto: “Vorremmo suonare queste canzoni“. Ci ha messo talmente tanto tempo a fare la programmazione che all’inizio del tour gli è quasi venuto un esaurimento nervoso. Ma adesso sta bene.»

«La maggior parte dei pezzi è la stessa tutte le sere. Trovo sia interessante fare una versione acustica di un brano che in origine canta Dave. Arriviamo a un punto che diciamo: “Questo l’abbiamo suonato abbastanza, facciamone un altro“. Oppure: “È da un po’ che non suoniamo ‘Shake the Disease‘, potremmo farlo stasera“. Possiamo deciderlo anche solo un’ora e mezza prima di salire sul palco.»

«Ci sono almeno tre canzoni che dobbiamo suonare, non possiamo escludere “Enjoy the Silence” o “Personal Jesus“, perché molti fan tornerebbero a casa insoddisfatti se non le suonassimo.»

«Il fatto di suonare nuove canzoni durante il tour non ci preoccupa particolarmente. In questo album ci sono parecchi brani forti, che dal vivo possono rendere benissimo. Se non fosse così, non riscuoterebbero successo tutte le sere.»

Traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

  • E’ vietata la riproduzione anche solo parziale di questo articolo, senza indicarne provenienza, senza chiedere l’autorizzazione agli autori o i dovuti crediti al Blog.


Dave Gahan: “La musica mi ha salvato”

I Depeche Mode, che la rivista Q ha definito “la più famosa band di musica elettronica che il mondo abbia mai conosciuto”, arriveranno domenica ad Abu Dhabi. Il cantante Dave Gahan ci rivela le dinamiche del gruppo e in che modo la musica l’ha salvato.

Cosa ti ha spinto a entrare nei Depeche Mode?

«Non avevo alternative. Frequentavo l’istituto d’arte perché non volevo lavorare, e mi avevano detto di andarmene. Poi Vince [Clarke] mi ha sentito cantare “Heroes” di David Bowie nella sala prove accanto alla loro, e mi ha chiesto di entrare nel gruppo.»

All’inizio che impressione ti hanno fatto gli altri del gruppo?

«Erano tutti molto simpatici. Un po’ strani. Martin [Gore] diceva che gli piaceva la chiesa perché si cantava. Ero diffidente, ma in realtà diffidavo di chiunque.»

 

 

In che modo lavorate insieme come gruppo?

«Non siamo una band di tipo tradizionale. Non siamo come i Rolling Stones che improvvisano insieme in studio. C’è un rapporto ben costituito fra me e Martin. Fletch [Andy Fletcher] offre le sue idee, il suo aiuto, è quello che dice: «Ma che stai facendo? Ci stai lavorando da tre giorni, fa schifo». È l’acqua tiepida fra il ghiaccio e il fuoco. Fa le parole crociate, e finché riesce ad andare a pranzo entro l’una, sta bene così.»

Hai mai avuto un’illuminazione musicale in gioventù?

«È cominciato tutto con il glam rock, con gli Slade, T Rex, David Bowie e Roxy Music. Poi sono arrivati i Damned e i Clash. Ma la mia vera illuminazione è stata Ziggy Stardust, l’uomo che viene da altrove.»

 

Che ricordi hai della scuola?

«La odiavo. Il mio più bel ricordo è quando l’insegnante mi ha detto: “Gahan, che c’è di tanto interessante fuori dalla finestra?“. C’era soltanto un campo, ma se fossi stato più coraggioso avrei risposto: “C’è più vita là fuori che qui dentro“, e mi avrebbe mandato dal preside. Ero un sognatore.»

Ci sono stati momenti bui nella tua vita. Adesso sei più felice?

«Sono ancora ipersensibile riguardo alle critiche, ma sono molto contento di me stesso. Mi perdo nelle canzoni, sul palco, quando faccio musica, e anche nella musica degli altri, se sono fortunato.»

Hai qualcosa di cui lamentarti?

«Di me stesso. Non sono in grado di vivere come un normale essere umano. Tendo a essere troppo aggressivo oppure troppo entusiasta. Litigo con mia moglie, e mi dice: “Non parlarmi in quel modo, non sono né un membro del tuo gruppo né un tuo amicone“».

Il tuo patrigno è morto quando avevi dieci anni. Che effetti ha avuto su di te?

«Avevo due fratelli più piccoli, e mi sono detto: «Ci penserò io, so cosa fare». Ma in realtà andavo a fondo. Secondo mia madre ero molto testardo, io preferisco credere che andassi contro corrente. Per questo il punk faceva al caso mio. Mia mamma dice che ho cominciato a frequentare la gente sbagliata. Mi piaceva vedere le reazioni che suscitavo nel comportarmi male, nel fare cose da adolescente. Ma la musica mi ha salvato.»

Nel 2009 ti hanno diagnosticato un tumore alla vescica. Qual è stata la tua reazione?

«Per fortuna l’hanno trovato in fase iniziale. È come se fossi finito contro un muro, e meno male che è successo, perché mi ha fatto ripensare a mia moglie, ai miei figli e a tutto quello che ho.»

 

Intervista inclusa nel n° 13 di Hype Magazine in DL gratuito nell’app store iTunes qui

traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

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L’intervista di Steve Masters di Live 105 a Martin Gore dei Depeche Mode

Prima dello spettacolo allo Shoreline Amphitheatre lo scorso 26 settembre, Steve Masters, di Live 105, ha incontrato Martin Gore nel backstage per una breve intervista.

D: L’ultima tappa dei Depeche Mode a San Francisco risale a cinque anni fa, come vi sentite a essere di nuovo qui?
R: Non vediamo l’ora di esibirci stasera, nella scorsa tournée non abbiamo suonato qui perché abbiamo avuto problemi con la voce di Dave. Perciò stavolta sarà molto bello esibirci qui a San Francisco.

D: Parliamo del vostro nuovo album, “Delta Machine”, che è fantastico. Avete lavorato con Ben Hillier, che ha prodotto i vostri tre ultimi album, mentre prima avete lavorato molto con Daniel Miller. Continuerete a lavorare con Ben?
R: Ben Hillier, come hai detto, ha lavorato agli ultimi tre album. Dopo Daniel, abbiamo collaborato con molte persone. Daniel ha smesso di lavorare con noi a livello di produzione nel 1986 con “Black Celebration”. Però, credo sia un po’ presto parlare di un nuovo album. Perché abbiamo ancora molta strada da fare in questa tournée.

D: Sul palco suonate molti classici e tutte le canzoni famose dei Depeche Mode, ce ne sono alcune fra queste che tu ami particolarmente?
R: È sempre una domanda difficile, ma penso che sia per la partecipazione del pubblico, e mi sorprende ogni sera, direi “Never Let Me Down Again”, quando tutti agitano le braccia. È uno spettacolo ed è fantastico vederlo tutte le sere.

D: Quindi diresti che è la preferita del pubblico?
R: Direi di sì. Secondo me il pubblico non riesce a credere che lo facciano tutti e che sia così bello.

D: Ecco una domanda che trovo interessante. Se dovessi scegliere uno solo dei vostri album, se fossi sperduto su un’isola deserta, e questo fosse l’unico album che vi rappresenterà per l’eternità, quale sceglieresti?
R: È un’altra domanda molto difficile, ma vista la sua popolarità, sceglierei “Violator”. Si arrabbierebbero tutti se non lo scegliessi. In quell’album ci sono quattro singoli classici.

D: Sì, quel disco si colloca più o meno al centro della vostra discografia, quindi concordo.
Album dal vivo. L’ultimo che avete fatto è stato “101” nel 1989. Pensate di realizzarne un altro?
R: Non abbiamo ancora pensato di farlo. Nelle ultime tournée, ma per quasi tutte le tournée, abbiamo pubblicato un DVD live, e penso che ne faremo un altro anche stavolta.

D: Alan Wilder ha messo all’asta di recente molti dei suoi cimeli dei Depeche Mode su internet, pensi anche tu di fare una cosa simile, di vendere alcuni dei tuoi cimeli ai fan, ti è mai passato per la mente?
R: No. A un certo punto, può darsi. Colleziono attrezzature, ho un sacco di cose, ma prima o poi dovrò dare via certi oggetti. Perché comincio a non avere più spazio, ormai si stanno impadronendo di casa mia.

D: Quindi ti riferisci a vecchie tastiere, chitarre, strumenti musicali, registratori MIDI e altri vecchi oggetti simili, tu ne hai ancora?
R: Sì, qualsiasi cosa si possa usare per fare musica. Ho qualche oggetto che rientra in questa categoria.

D: Voi siete sulla scena da trentatré anni ed è pazzesco. Pensate di continuare coi Depeche Mode per sempre come i Rolling Stones?
R: Non facciamo progetti di questo tipo. Al momento sappiamo di avere sei mesi nei quali siamo impegnati con la tournée. Non abbiamo pensato a cosa faremo dopo. Non abbiamo pensato né di tornare in studio, né ad altro. Prendiamo tutto come viene.

D: Andrete avanti finché la gente continuerà a venire ai concerti?
R: È difficile rispondere, non saprei. Forse arriverà il giorno in cui qualcuno non vorrà più farlo. Potrebbe capitare. Personalmente non credo che accada. Ma potrebbe benissimo capitare.

D: Dunque, gira una voce secondo la quale voi adorate giocare a biliardino. Chi è il più bravo fra voi del gruppo,chi vince sempre a biliardino?
R: Beh, purtroppo giocano con noi anche dei membri dello staff e abbiamo dovuto ammettere che sono molto più bravi di noi. Il mio bodyguard è molto bravo. Ma tolto lui, sono io quello che vince più spesso.

D: Quindi ti prendi tutto il merito, mi piace.
Hai un profilo su Twitter?
R: Ho un account Twitter, ma non twitto mai.

D: Quindi non twitti, ma segui altra gente. Chi segui?
R: Ho una risposta divertente a questa domanda. Dopo aver visto… Credo si chiami “Never Sorry”, il film su Ai Weiwei, ho pensato di seguire Ai Weiwei. Quindi ho creato un account Twitter e ho trovato tutti i tweet di Ai Weiwei in cinese.

D: E invece chi gestisce il profilo Twitter dei Depeche Mode?
R: Ci sono persone addette alla gestione, non scriviamo noi i tweet.

D: Ho capito, quindi se i fan vogliono contattarvi, mandarvi dei messaggi, il modo migliore è scrivervi con carta e penna? Come funziona?
R: No, se sono messaggi importanti ci arrivano, ma se invece non sono messaggi poi così importanti non ce li comunicano.

D: Ricevete ancora posta cartacea dai fan, lettere scritte con carta e penna?
R: Sì, certo.

D: Rispondete?
R: No, perché buona parte delle persone che si preoccupa di contattare una band di solito è un po’ fuori di testa.

D: Di recente hai inciso un disco con Vince Clarke, come sta Vince?
R: Se la passa bene, ci siamo visti a Brooklyn poco tempo fa, è venuto a vedere il concerto.

D: A quelli che sognano il periodo dei Depeche Mode con Vince Clarke, e sperano di rivederlo ancora, dici che è una cosa possibile?
R: Sì, è possibile. Non abbiamo pensato a un progetto a lungo termine. Doveva essere un evento straordinario. Ma se lui avrà tempo e anch’io ne avrò, forse collaboreremo ancora. Non ne abbiamo parlato.

D: Hai qualche riflessione da fare sulla situazione mondiale in generale con Twitter, Facebook e Instagram, e il passo rapido della tecnologia che ci fa correre? Hai qualcosa da dire su questo? Com’è cambiato tutto, da quando si compravano i dischi dei Depeche Mode in vinile a oggi, con tutti i nuovi modi di ascoltare e distribuire la musica e sulla tecnologia in generale? Qual è la tua opinione?
R: Devo dire che mi dispiace molto per i gruppi e gli artisti del momento che emergono e sono giovanissimi. Ricevono subito un’esposizione mondiale, praticamente immediata. A suo tempo non era tutto così rapido, si aveva l’opportunità di crescere, di accettare la notorietà più lentamente. Dev’essere molto difficile da affrontare.

D: Nel corso della tua carriera fantastica di leader, o quasi, dei Depeche Mode, qual è l’auto più bella e costosa che tu abbia mai comprato? Raccontaci.
R: Stavolta è facile rispondere. Io non guido.

D: Non hai mai guidato un’auto in vita tua?
R: Non ho mai guidato un’auto, non ho mai preso lezioni e non ho mai fatto l’esame.

D: È un cosa che vorresti fare?
R: Adesso non ne vedo più l’utilità. Una volta mi dicevo che forse un giorno avrei imparato a guidare, ora non ne vedo più l’utilità.

D: A dire il vero, è divertente. In particolar modo, visto che so che tu abiti sulla costa californiana, puoi prenderti una bella decappottabile e sfrecciare sulle strade panoramiche.
R: A me non è mai interessato. Forse ho un po’ di sangue Amish.

D: Hai dei figli?
R: Si, ne ho tre

D: Loro hanno dei figli?
R: No

D: Gli piacciono i Depeche Mode?
R: Penso di sì. Mio figlio ha solo undici anni, ma gli piacciamo. Anche a mia figlia piacciamo, la più grande ha ventidue anni. Piacciamo anche a mia figlia di diciotto anni.

D: Il tuo luogo di vacanza preferito?
R: Costa Rica.

D: Inghilterra o Stati Uniti?
R: Stati Uniti.

Fonte: live105

traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

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