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Recensione: Depeche Mode live alla O2 Arena di Londra

© Andy Sturmey

© Andy Sturmey

Da grandi successi derivano grandi aspettative. I Depeche Mode hanno superato il trentesimo anniversario, decisamente vecchi se paragonati agli standard giovanili della Electronic Dance Music di oggi, ma si può dire che siano ancora la più grande band elettronica del mondo, rimanendo una costante dark attraverso innumerevoli revival e trasformazioni synth-pop dai loro inizi nel 1980.

Il terzo spettacolo sold out del 2013 alla O2 Arena, parte da “Delta Machine”, album accolto tiepidamente dalla recensione di Clash, ma quando si ha un repertorio come quello dei Depeche Mode, l’imponente discografia può agire a sfavore nella promozione di materiale nuovo. Quando si arriva a questi livelli, ogni serata è un concerto da greatest hits.

Tuttavia i Depeche Mode non si lasciano intimorire da tutto questo e cominciano fermamente con due pezzi tratti da “Delta Machine”. È una partenza moderata, con la cadenza pulsante e l’introduzione disarmonica di “Welcome To My World”, che incombe sul pubblico, muscoli che si flettono minacciosamente, seguita da una “Angel” alla Nick Cave, che s’insinua e si fa strada verso un ritornello blues sintetico. Nessuno dei due brani scatena la folla, ma è ammirevole la riluttanza del gruppo di adagiarsi sugli allori.

Naturalmente, trovare successi nella setlist dei Depeche Mode è un gioco da ragazzi. Ben presto “Walking In My Shoes” si fa strada con fragore, molto meno cupa e decisamente più palpitante rispetto alla versione presente sul disco, e il frontman Dave Gahan sorride in un modo che tradisce la sua reputazione di capo assoluto dell’elettronica oscura.

Poco dopo, una “Precious” dai toni tipicamente noir vede sugli schermi un montaggio curiosamente toccante di diversi cani, mentre Martin Gore e Andy Fletcher si dispongono su trame vivaci, motivi al pianoforte malinconici e guizzi di chitarra che richiamano i New Order. Quindi, “Black Celebration” e “Policy of Truth” ardono di un’essenza robotica e goth-metal.

Gore avrà anche scritto la maggioranza delle canzoni più note dei Depeche Mode, ma è indubbiamente Gahan che le trasmette. Quando Gore rimane solo sul palco con un pianoforte ad accompagnarlo durante i suoi spazi minimalisti da solista, “The Child Inside” e “But Not Tonight”, offre una fragilità eccezionale, sebbene nervosa, ma nulla batte l’emozione di vedere Gahan incedere e piroettare sul palcoscenico, afferrandosi le parti basse e roteando con l’asta del microfono, coi suoi pantaloni stretti, il gilè nero e gli stivaletti da cowboy.

La serata continua e ci sono altre interpretazioni da Delta Machine, ma alla fine il pubblico ottiene ciò per cui ha pagato: un’energica e sensuale “I Feel You”, una sordida e incalzante “Personal Jesus”, un’intensa e seducente “Enjoy The Silence”, mentre la briosa “Just Can’t Get Enough”, probabilmente il brano che meno li rappresenta come gruppo, ottiene il più caloroso apprezzamento della serata.

Queste sono fra le canzoni pop più belle e più amate degli ultimi quattro decenni, e sebbene il nucleo pulsante dei Depeche Mode sia colorato di nero e molto costruito, chi dice che l’euforia sintetica non riesca a far traboccare di gioia il cuore umano?

Di Dannii Leivers per clashmusic.com
Foto © Andy Sturmey

Traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

  • E’ vietata la riproduzione anche solo parziale di questo articolo, senza indicarne provenienza, senza chiedere l’autorizzazione agli autori o i dovuti crediti al Blog.


Martin Gore dei Depeche Mode parla del successo del gruppo

Nell’ottobre scorso, i Depeche Mode, i pionieri britannici del pop elettronico, hanno annunciato un tour mondiale cinque mesi prima di pubblicare il nuovo album. Quando a marzo è arrivato Delta Machine, la maggioranza di date in arene e stadi è andata sold out: un’impresa non da poco per un gruppo i cui singoli non conquistano le classifiche da più di dieci anni.

Dire che i Depeche Mode riguardano solo i fan significherebbe minimizzare. I loro ferventi seguaci battono di gran lunga i pazienti Duranies dei Duran Duran e gli artificiosi Monsters di Lady Gaga.

Martin Gore, chitarrista, tastierista e autore principale del gruppo, ritiene che ci sia del vero nell’affermare che i Depeche Mode sono la più grande band di culto del mondo. I “Depechies” non sono gente normale, dice.

«Secondo me non attiriamo spontaneamente le persone nella norma», dice Gore. «Siamo disadattati, degli outsider, e attiriamo quelli come noi, e al momento ce ne sono parecchi in giro».

 

Tematiche dark

L’alienazione è il tema prevalente nella discografia dei Depeche Mode.

Il gruppo si è formato nel 1981, dopo aver capito di non avere un punto di riferimento nella scena musicale.

«Pensavamo che il rock fosse arrivato a un punto morto e che l’elettronica fosse la soluzione migliore. Abbiamo cominciato come band elettronica pura perché credevamo fosse l’unico modo per farsi avanti nella musica», dice Gore.

«Siamo al contempo molto tradizionali, ma cerchiamo di presentare le canzoni in maniera molto moderna.»

Speak and Spell, l’album di debutto dei Depeche Mode del 1981, è stato il biglietto da visita guidato dal singolo di debutto d’atmosfera “New Life” e il pezzo ballabile “Just Can’t Get Enough”.

Le sonorità e l’immagine del gruppo si sono spinte sempre più verso il dark a ogni nuovo album.

Alla pubblicazione dei due capolavori del gruppo, Violator del 1990 e Songs of Faith and Devotion del 1993, il cantante Dave Gahan si era trasformato da icona pop da poster a frontman irrequieto con un velo di mascara.

Ritmi terra terra

Sul fronte musicale, i freddi suoni sintetici dei primi album lasciarono spazio a elementi blues e rock più intensi.

A dispetto delle sonorità paranoiche, il gruppo è riuscito a creare brani che fanno impazzire il pubblico, come la sfolgorante “Enjoy the Silence”, l’inquieta “Personal Jesus” e la rockeggiante “I Feel You”.

Pur ammettendo che il gruppo ha sempre guardato al futuro, Gore afferma che le canzoni dei Depeche Mode sono sempre terra terra.

«Cerco sempre di descriverlo dicendo che nella musica vogliamo rappresentare l’emozione e la passione», spiega. «Se riteniamo che sia reale per noi stessi, in qualche modo si trasmetterà anche agli altri. Con la nostra musica vogliamo essere concreti e sinceri, e non creare un mondo fasullo».

 

Nuove proposte

Il gruppo è inoltre sincero sulle proprie tensioni interne.

Fra queste, la battaglia di Gore e Gahan contro l’abuso di sostanze pesanti e l’allontanamento del fondatore Vince Clarke, che ha lasciato il gruppo dopo l’album di debutto per trovare successo con gli Erasure.

Poiché molti album sono stati registrati in situazioni tese, Gore è felice che per Delta Machine si sia lavorato con relativa tranquillità.

Sebbene sia permeato di una buona dose di oscurità, il tredicesimo album ha sprazzi di luce e di speranza.

Il primo singolo, “Heaven”, somiglia moltissimo a un brano gospel.

Anche se la ballata a ritmo lento è una scelta insolita per presentare l’album, Gore spiega che riassume il ritrovato equilibrio all’interno del gruppo.

Far parte dei Depeche Mode non è più un tormento, dice.

«Abbiamo un’ottima formula ben consolidata», spiega Gore. «Dave dedica un sacco di tempo ed energie a lavorare sulla voce, e questo facilita parecchio le registrazioni. Ogni giorno fa esercizi di riscaldamento vocale e quando dobbiamo incidere, nel giro di tre o quattro registrazioni abbiamo quello che ci serve».

Da bravo outsider, a Gore non interessa particolarmente seguire la corsa di Formula 1 prima del concerto ad Abu Dhabi.

«Io non guido», dice, e poi ride. «Non ho la patente e non ho mai preso lezioni di guida, forse mi sentirò un po’ strano da quelle parti».

Nonostante il successo, lo status di outsider della band continua.

Fonte: thenational.ae

Traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

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