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Interviste

Dave Gahan: «La gente tirava sacchetti di droga sul palco»

Il frontman dei Depeche Mode parla di Jeremy Corbyn, di consigli spirituali, del suo lavoro coi Soulsavers, della passione per Lana Del Rey e del potere di Judge Judy

Ciao Dave. Negli anni ’80, una volta hai finito un concerto con quaranta scarpe del pubblico sul palco. Quando è stata l’ultima volta che ti hanno tirato una scarpa?

«Sì, c’è stata una fase, e un luogo in particolare a Los Angeles, il Palladium, nel quale la gente tirava scarpe sul palco. Non so per quale motivo. Ricordo soprattutto un concerto nei primi anni ’90 dei Jane’s Addiction, nel quale Perry Farrell ha beccato una scarpa, gli è arrivata dritta in faccia. Ci sono arrivate un sacco di cose strane sul palco nel corso degli anni. Spesso dipende da quello che dici alla stampa: c’è stato un periodo orribile negli anni ’90 nel quale la gente tirava sacchetti di droga sul palco.»

Che spreco.

«Non era una buona idea, ma probabilmente era spazzatura (1). Non so cosa fosse, i roadie si davano da fare e raccoglievano tutto.»

Mi pare anche logico.

[Ride] «Sì, appunto.»

Chi sceglieresti per dirigere il tuo prossimo video: Anton Corbijn o Jeremy Corbyn?

«Ho letto qualcosa su Jeremy Corbyn. Sinceramente mi piace quello che dice, ma non penso che sarebbe bravo a dirigere un video, per cui scelgo Anton. So che farà un buon lavoro.»

Hai ancora un consigliere spirituale (2)?

«Senti, devo dire che cerco costantemente consigli spirituali. Dovremmo farlo tutti. Non importa cosa sia, dove lo cerco, ma sono sempre alla ricerca di risposte alle domande: “Perché sono qui?”, “Che sto facendo?”, “Cosa dovrei fare e perché non lo sto facendo?”.»

Be’, ora sei qui perché hai finito il secondo album come cantante dei Soulsavers (3) e vorresti promuoverlo.

«Non abbiamo mai smesso di scrivere dopo il primo album dei Soulsavers. Perfino quando ero in tour con i Depeche Mode, avevo idee in mente. Alla fine di quel tour coi Depeche Mode, sono rimasto a fissare le pareti a lungo, come capita sempre, ma quella volta sembrava più grave. Avevo una sensazione tremenda di smarrimento. “È finita”, ho pensato. Mi ha colpito duramente. Mi sono avvilito per un po’, e quando Rich dei Soulsavers mi ha mandato la musica, lavorarci sopra mi è sembrato molto terapeutico. Ho cominciato a scrivere fino a tirarmi fuori dalla voragine nella quale ero caduto.»

Non ti mette un po’ a disagio lavorare coi Soulsavers facendo parte dei Depeche Mode? Per dire, sei in tour e ti suona il telefono, ti chiedono: “Chi era?”, e tu: “Nessuno!”.

«Forse un pochino. Ho visto Martin [Gore] (4) di recente a Los Angeles, ci siamo divertiti e abbiamo chiacchierato. Mi ha fatto qualche domanda. Sembrava volesse dire: “Ci stai un po’ tradendo” (5). Ma credo ci sia spazio per tutto. Per gli altri è difficile capirlo, ma io so soltanto che ho bisogno di farlo.»

Qual è la canzone più bella che tu abbia mai registrato?

«Con i Depeche Mode, la prima che mi viene in mente è “Condemnation” da Songs of Faith and Devotion (6), perché è stata un vero punto di svolta nel capire che avevo una voce. Ho trovato la mia voce in quella canzone.»

Qual è la tua canzone preferita nelle classifiche attuali?

«Oh, cavolo. Non ho idea di cosa ci sia in classifica, ma ascolto brani indirettamente attraverso mia figlia sedicenne. Ha ascoltato l’ultimo album di Lana Del Rey fino allo sfinimento, ed è piaciuto anche a me.»

Pare tu sia entrato in un ciclo di quattro anni: album e tour dei Depeche Mode, progetto collaterale, album e tour dei Depeche Mode, progetto collaterale. Dopo 25 anni, non hai voglia di rilassarti e guardare Judge Judy?

«Be’, lo faccio. Guardo Judge Judy o quel che capita, ma posso farlo fino a un certo punto. Cerco disperatamente di non fare nulla, lì per lì sembra una buona idea. Poi, se non faccio qualcosa, entro in una situazione strana. Mia moglie mi asseconda per un po’, poi mi dice di andare a fare qualcosa. A volte è un bene perché la scrittura mi consente di venirne fuori.»

Che sound avrà il prossimo album dei Depeche Mode?

«Questa è una domanda da un milione di dollari, amico mio. Il fatto che non ne abbia minimamente idea lo rende emozionante. Ed è sempre così. Io e Martin ci vedremo più avanti quest’anno e ne parleremo. Ma possiamo fare quello che vogliamo, e sarebbe un peccato non esplorare ogni possibilità.»

Hai un maglione natalizio?

«Non l’avevo

Non l’avevi?

«Be’, ho passato lo scorso Natale con mia madre, i miei fratelli e mia sorella e le rispettive famiglie sull’Isola di Wight. Mia sorella ha insistito che tutti indossassimo un maglione natalizio.»

Incredibile.

«C’è una fotografia da qualche parte di tutta la famiglia, siamo allineati davanti alla casa di mia madre, con questi maglioni. Il mio, l’avevano comprato per me, era un maglione che sembrava un completo in giacca e cravatta. Era ridicolo.»

Puoi dare a The Guardian la fotografia per accompagnare quest’articolo?

«Ho minacciato tutta la famiglia: se quella foto dovesse saltare fuori, io non parlerò più con loro. Però è una bella fotografia, a dire il vero.»

Note a piè di pagina

(1) Nell’originale garbage, termine americano per “spazzatura”. Dave vive a New York, in un appartamento che dà sul fiume Hudson. A volte si siede a guardare le navi passare.

(2) Il manager dei Depeche Mode, Jonathan Kessler, è stato accreditato come consigliere spirituale dell’album live di Songs of Faith and Devotion. Oggi Dave dice che era una cosa «leggermente ironica».

(3) Duo di produzione britannico. Angels & Ghosts è il loro quinto album, hanno anche registrato con Mark Lanegan, Mike Patton e Jason Pierce.

(4) Nel 2013 Gahan ha rivelato che Gore aveva registrato un brano con Frank Ocean. La canzone non si è ancora materializzata, ma dev’essere solo questione di tempo.

(5) Questo è alquanto bizzarro, visto che nel 2012 Martin si è ritrovato con Vince Clarke e ha registrato un album intero con lui.

(6) Sbagliato. È “Enjoy the Silence”.

theguardian.com

Traduzione a cura di ©Barbara Salardi per Depeche Mode e Dintorni 

  • E’ vietata la riproduzione anche solo parziale di questo articolo/traduzione, senza indicarne provenienza, senza chiedere l’autorizzazione agli autori o i dovuti crediti al Blog.


A pranzo con Dave Gahan

A pranzo con Dave Gahan

Il frontman dei Depeche Mode racconta del suo inferno con la droga davanti a un piatto di pesce grigliato e acqua minerale nel suo ristorante di fiducia a New York.

Dave Gahan è nove minuti in ritardo. Non si può farne una colpa al frontman di uno dei più grandi gruppi degli ultimi trent’anni. «Scusami! Spero di non essere troppo in ritardo», rivolge le sue scuse a Q mentre saluta cordialmente il cameriere come se fosse un vecchio amico. A quanto pare qui lo conoscono. Il cantante dei Depeche Mode viene in questo ristorante italiano di vecchio stampo a Greenwich Village da quasi due decadi, la scuola dei suoi figli è a poche vie di distanza.

Non consulta il menu, si siede e mette il tovagliolo in grembo. «Portaci quel piatto di carne e formaggio», gesticola elettrizzato dopo avere chiesto se Q mangia il formaggio e la carne. Questa è New York, dopotutto.

In seguito, ordiniamo il pesce da un vassoio ghiacciato messo orgogliosamente in mostra dal cameriere: Gahan sceglie un intero filetto di spigola e ci dividiamo patate e spinaci. «Fanno bene al cuore», sottolinea con una risata. È una considerazione giudiziosa per un uomo che nel 1993 ha avuto un attacco di cuore sul palcoscenico, al culmine della sua dipendenza da droga.

Quando ordina una bottiglia di acqua minerale gassata, diventa chiaro quante cose siano cambiate da allora e in particolare da quando è arrivato a New York nel 1996, scappando da Los Angeles, la città che lo aveva accolto come un tossicodipendente alle prime armi e l’ha allevato fino a diventare un professionista. «Non potevo restare là», dice. «Tutto era finalizzato allo sballarsi. Non potevo vivere da quelle parti senza farlo». Gahan è un newyorkese da allora, abbraccia l’anonimato e la possibilità di «fare parte di nuovo della razza umana».

Mentre mangiamo di gusto, si avvicina il proprietario anziano con la coda di cavallo. «Non si capisce una parola di quello che dice», sussurra Gahan. Non ha torto. Eppure, in qualche modo, decifra una parola su tre del signore che parla italiano.

Gahan è appena tornato dalla California, per la quale oggi si percepisce un certo affetto soprattutto perché è anche la dimora del membro fondatore e autore di canzoni dei Depeche Mode, Martin Gore. Sebbene il duo abbia notoriamente avuto dinamiche tumultuose nel corso degli anni, Gahan ammette felicemente che il loro rapporto è «davvero cambiato».

«Ci siamo messi a chiacchierare ed è stato molto bello. Non necessariamente di musica, di qualsiasi cosa, anche della vita. Probabilmente lo abbiamo fatto di più negli ultimi anni che per tutto il tempo passato [insieme nel gruppo]».

Mentre taglia il pesce, medita su un possibile trasferimento futuro in California, anche se un luogo nel quale non vorrebbe certamente più vivere è la sua vera casa: l’Inghilterra.

Gahan racconta una storia particolarmente dolorosa di quando ha lasciato l’Inghilterra intorno ai venticinque anni. Cresciuto a Basildon, nell’Essex, dall’età di due anni, viveva con la sua prima moglie e suo figlio Jack in una villa nel Sussex, ma Gahan era segretamente terrorizzato. Quando era arrivato il momento di partire per il World Violation Tour nel 1990 aveva già deciso: «Ricordo di essermi voltato, mi salutavano con la mano e mi sono detto: “Non tornerò più qui”. E così è stato». Durante il tour ha chiamato sua moglie dicendole che voleva trasferirsi a Los Angeles.

Ha scoperto immediatamente il lato più sordido di Los Angeles e si è trovato subito a suo agio. L’abuso di droga è peggiorato fino a quando non l’hanno arrestato e, rischiando due anni di carcere (grazie a un buon avvocato), ha scelto la riabilitazione. Era un’epoca nella quale i tossicodipendenti morivano, compreso Kurt Cobain che andò nella stessa clinica di Gahan: «Avevo la sensazione che se avessi continuato sarei stato il prossimo».

Vent’anni dopo, Gahan ha trovato la salvezza nella sobrietà. Con Martin Gore parla del prossimo disco dei Depeche Mode (il quattordicesimo), sta per pubblicare un lavoro in collaborazione con i Soulsavers e ha una vita familiare stabile con sua moglie e i suoi figli. Attribuisce tutto questo, in gran parte, a due cose: il bicchiere di acqua gassata che tiene in mano e la città fuori dalla finestra.

Mentre si allontana nelle strade torride, Q ricorda quello che Gahan ha detto di New York durante il pranzo. «È come una droga. È merdosa e schifosa… ma quando sono via, mi manca tantissimo». La California non dovrebbe aspettare un suo ritorno permanente a breve.

Posso prendere la sua ordinazione, signor Gahan?

– Ristorante preferito? L’Odeon. È vicino a dove viviamo, sono un animale abitudinario.

– Salsa bruna o ketchup? Dipende da cosa mangi. Se è la Shepherd’s Pie, la salsa bruna.

– Specialità culinaria? Purè, fagioli cotti al forno sui lati e un vulcano in mezzo con un uovo, più due salsicce sopra. I miei figli lo adorano.

– Compagnia ideale per una cena? La mia signora. Mia moglie.

– Cibo più detestato: le ostriche, per come vanno giù…

– Cena nel braccio della morte? Fish & chips.

Traduzione a cura di ©Barbara Salardi per Depeche Mode e Dintorni 

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Dave Gahan: tra Depeche Mode e Soulsavers

Dave Gahan: tra Depeche Mode e Soulsavers

L’intervista telefonica di Dave Gahan andata in onda qualche giorno fa su BBC Radio 6 Music

BBC6: Qual è la differenza fra lavorare da solo e con i Depeche Mode, una delle più grandi band del mondo, che ha un seguito appassionato, che ha fatto la storia della musica e ha un suono immediatamente riconoscibile?

DG: Con i Depeche Mode è una collaborazione piena. Quando si fa un disco con una band in quel modo e con un gruppo di persone, il produttore, l’ingegnere, i programmatori, si collabora e si mettono sul piatto tutte le idee. Sicuramente si scende a compromessi, e così deve essere. Alla fine, si spera di raggiungere un punto comune, ma certamente io e Martin, quando facciamo un disco per i Depeche  Mode, sappiamo di voler fare un disco completo, dall’inizio alla fine. Non devono esserci incertezze, siamo molto critici. Con i Soulsavers è diverso, perché penso io al quadro generale, a come inizierà, a come finirà. Questo però non si presenta immediatamente, di solito ci vogliono alcune canzoni.

BBC6: Perciò questa è una rappresentazione più accurata di chi è Dave artisticamente rispetto ai Depeche Mode?

DG: Non devo correggermi in alcun modo, ma quando si scrive non si può comunque farlo. Per me è molto spesso un suono, una nota in particolare, il modo in cui è suonata o come mi si presenta in una sequenza di note che forma una frase musicale, che mi ispira le parole. Non correggo, mi lascio trasportare ed è soltanto quando la canzone è quasi finita che mi rendo conto di dove volevo andare a parare. Per me è tutta una questione di sensazioni, emozioni, e se una parola si presenta, la metto lì e in seguito cerco di capire perché si è presentata.

 

Per l’ascolto vai su www.bbc.co.uk/radio (dal minuto 49.31 al 56.35)
Traduzione a cura di ©Barbara Salardi per Depeche Mode e Dintorni 

 

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“Il nuovo album dei Depeche Mode potrebbe essere pubblicato nel 2017” L’intervista esclusiva del The Sun a Martin Gore

Abbiamo bisogno di una pausa gli uni dagli altri

Martin Gore dei Depeche Mode parla di MG, il suo nuovo album solista

Intervista esclusiva di JACQUI SWIFT

«Non avrei mai scommesso sulla possibilità di realizzare un album elettronico strumentale», Martin Gore ride.

Faccio una chiacchierata con l’autore di canzoni dei Depeche Mode nella sua casa di Santa Barbara, in California, riguardo a MG, il suo primo album solista originale di brani elettronici strumentali strepitosi.

La composizione di MG è cominciata durante le sessioni di realizzazione di Delta Machine, il tredicesimo album dei Depeche Mode.

Gore spiega: «Può sembrare strano, ma nel corso degli anni abbiamo registrato e creato molti pezzi strumentali come gruppo. È solo che questa volta Dave (Gahan, il cantante del gruppo) ha scritto canzoni anche lui, quindi fra le sue e le mie ci siamo ritrovati con troppo materiale. Per cui mi sono rimasti questi brani strumentali. È stato bello riunirli in un album completo, perché non li avrei mai pubblicati come un’opera a sé, magari soltanto qualche frammento qua e là.»

Un’altra sorpresa per Gore è che MG sarà una nuova entrata che si posizionerà in alto nella classifica di domenica.

«Non avevo pensato di fare un album che infiammasse le classifiche», afferma. «Dopotutto, è un disco strumentale d’atmosfera. Non è un album dance o altro. Se andasse discretamente bene, sarebbe inaspettato.»

Gore spiega che i 16 pezzi futuristici hanno tutti un tema fantascientifico e che la musica è «molto filmica». Comporre la colonna sonora di un film sarebbe un’idea che prenderebbe in considerazione, se arrivasse il film giusto.

«Un buon film di fantascienza sarebbe in cima alla lista. Però dovrebbe arrivare al momento giusto, perché finché c’è il gruppo pubblicheremo materiale e andremo in tournée, e quindi saremo molto impegnati. Anche se realizziamo un album ogni quattro anni circa, c’è la fase di scrittura, di registrazione e il tour, quindi non avremo molto tempo libero. Perciò dovrebbe essere il regista giusto, col film giusto che arriva al momento giusto.»

La raccolta incredibile cambia atmosfera da brano a brano, e Gore afferma che era fondamentale che ciascuno dei pezzi avesse «una sua, distinta atmosfera». Continua dicendo: «Volevo che fosse molto diverso dal progetto VCMG (l’album del 2012 che Gore ha realizzato con Vince Clarke, ex componente originario dei Depeche Mode). Non volevo che fosse un album techno, anche se scommetto che molti fan si aspettavano proprio questo. Volevo che fosse completamente diverso, ed è per questo che si passa da estremi come “Exalt”, che non ha una vera struttura ed è molto ossessivo, a “Elk”, che è un brano di pace e tranquillità.»

A differenza dei tour mondiali che fa insieme ai Depeche Mode, Gore afferma che non ci saranno spettacoli dal vivo per MG.

«Ho scherzato dicendo che avrei fatto uno show al planetario», ride. «Però no, non ce lo vedo come album da eseguire dal vivo. Sarebbe una noia inimmaginabile!»

Visto che non c’è nessun tour solista all’orizzonte, quali sono le prospettive di Gore ora che questo progetto è terminato?

«Adesso sono tornato a scrivere canzoni», risponde. «Ho ricominciato da poco e credo che l’obiettivo fondamentale sia buttare giù dei brani per il gruppo. Non ci sono progetti concreti per ora. Nulla è immutabile e non abbiamo programmi. Se dovessimo lavorare col ritmo che abbiamo seguito per Dio sa quanti anni, penso che dovremmo tornare in studio il prossimo anno e pubblicare un nuovo album nel 2017. È solo una mia ipotesi, al momento, senza averne parlato con gli altri.»

E quanto di frequente parla con gli altri del gruppo quando sono in pausa?

«Ci parliamo, ma non sempre», ammette Gore. «Forse con Dave ci parlo due o tre volte l’anno, non tantissimo, e con Andy (Fletcher) un pochino di più. Siamo tutti presi dalle cose più disparate e viviamo in luoghi diversi del mondo. Quando ci ritroviamo per lavorare, viviamo uno addosso all’altro di solito per un paio d’anni. Perciò, quando finiamo, abbiamo bisogno di una pausa gli uni dagli altri.»

Ci pensa mai che potrebbe essere l’ultimo album insieme come gruppo?

«Sì, ma ci penso da Black Celebration (il quinto album del gruppo, pubblicato nel 1986). È il mio modo di ragionare. Non do niente per scontato. Chissà che può succedere in futuro?», ma aggiunge: «Allo stesso tempo, non vorrei che fosse l’ultimo. Secondo me abbiamo ancora molto da dare. Riguardo ai progetti solisti, continuano a chiedermi di Counterfeit 3 (un secondo album di cover successivo a Counterfeit 2 del 2003, a sua volta preceduto dall’EP Counterfeit del 1989). Potrebbe arrivare durante la prossima pausa oppure nel 2030 quando avrò non so quanti anni. Voglio continuare a sorprendere la gente perché questo mi tiene attivo.»

Fonte thesun.co.uk

Traduzione a cura di Barbara Salardi per Depeche Mode e Dintorni

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Andrew Fletcher rivela: “Nel 2015 inizieremo a pensare al nostro prossimo album”

A pochi mesi dalla conclusione del Delta Machine Tour, Andrew Fletcher incontra sitgesinfoguia.com e rivela: “Probabilmente ci incontreremo il prossimo anno (2015, n.d.t.) per pensare a un nuovo album e pianificare il nostro prossimo tour.”

«Sitges è un posto dove si può passeggiare la domenica sera sul lungomare o lungo la splendida spiaggia e si ha la sensazione di essere in un piccolo posto cosmopolita dove si possono vedere due uomini che si tengono per mano e famiglie, bambini che giocano e belle ragazze.» Andrew Fletcher.

Ci sono pochi momenti della vita in cui senti di essere in presenza di qualcuno di speciale che, con la sua attività, ha contribuito e influenzato la vita di tante persone in tutto il mondo. Andrew Fletcher è uno di loro e il suo gruppo Depeche Mode è stato e continua a essere uno dei gruppi più amati e influenti di tutti i tempi.

Abbiamo il privilegio di essere qui con lui a Sitges, nel suo locale preferito, il Trocadero.

INFOGUIA: Andrew, innanzitutto vorrei ringraziarti per l’opportunità che ci stai dando di intervistarti. Sappiamo che hai una casa a Sitges e che ci passi molto tempo quando non sei occupato con il gruppo. Dicci, come hai conosciuto Sitges e perché l’hai scelta come seconda residenza tra tutte le città del Mediterraneo?

ANDY: Beh, negli anni Ottanta, quando ci esibimmo a Barcellona, il giorno dopo facemmo una festa e venimmo a Sitges a bere un paio di drink… Allora non c’era l’autostrada, guidammo lungo una strada fatta di curve e ricordo che fu un pessimo viaggio di ritorno. Sono stato a Sitges un paio di volte. In quegli anni i miei figli erano piccoli e volevamo un posto per l’estate o per tutto l’anno, o se avevo una pausa durante un tour e così via. Abbiamo anche un amico, Gary Lineker, un calciatore, che ci parlò di questo posto meraviglioso e che amava passare del tempo qui quando si allenava per il Barcellona. Così, per diverse ragioni, veniamo qui da dodici anni e piace alla nostra famiglia e ai nostri amici.

I: Cosa rende speciale Sitges per te?

A: Molte ragioni. Innanzitutto per me è molto importante stare vicino all’aeroporto, che è un grande vantaggio ed è facile andare e venire quando sono occupato col gruppo o altri affari. Inoltre, vivo in fondo al lungomare (Passeig de la Ribera), in una zona tranquilla e quando passeggi la domenica sera lungo la bellissima spiaggia si ha la sensazione di essere in un piccolo posto cosmopolita dove si possono vedere degli uomini che si tengono per mano, famiglie, bambini che giocano e belle ragazze.

I:Parliamo dei Depeche Mode. Trentaquattro anni…

A: Oh no, ti prego, non me lo ricordare! (Risate)

I: …con oltre centoquindici milioni di copie vendute, tredici album, svariati live, innumerevoli compilation e siete ancora in attività. Durante tutti questi anni, come avete fatto a sostenere questa pressione e il successo? Cosa vi tiene ancora insieme?

A: Beh, come vedi, uno dei successi dei Depeche Mode è che tutti manteniamo una vita privata, e ciò è stato importante per noi affinché stessimo insieme tutti questi anni. Guardando indietro, da quando abbiamo cominciato, mi sento una persona che ha vissuto i propri sogni; immagina quando sei giovane e hai una passione che è il tuo hobby e diventa improvvisamente molto grande e ti senti bene perché questo sogno si è avverato.

I: Guardando al passato, c’è qualcosa che cambieresti? Qualche pentimento?

A: Sì, alcuni dei nostri primi video! (Risate) Purtroppo, quando cominciammo, ne facemmo alcuni davvero imbarazzanti! No, seriamente, guardando indietro nel tempo non c’è nulla che cambierei nella mia vita… Sono felice per tutto ciò che ho fatto! A volte quando si passano brutti momenti e si superano, se ne esce più forti e si impara qualcosa. Guardando indietro, si pensa a questi momenti come qualcosa di necessario per andare avanti e crescere.

I: Si dice che nel 1984 tu abbia prodotto un album solista. È vero? Puoi dirci qualcosa a riguardo?

A: Sì, quando stavamo registrando a Berlino, per gioco facemmo un album intitolato “Toast Hawaii” con me che cantavo, Dave alla batteria, Alan alla tastiera e Martin alla chitarra. Ce ne sono soltanto due copie: una ce l’ho io, l’altra, sfortunatamente, ce l’ha il mio migliore amico Martin! Devo comportarmi bene con lui perché a volte mi minaccia di metterla su internet! (Risate)

I: So anche che sei un bravo DJ e che ti piace farlo quando non sei in tour. Tre anni fa hai aperto Space Ibiza…

A: Sì, è stato uno dei migliori momenti della mia carriera da DJ. È qualcosa che mi piace e la verità è che faccio il DJ in tutto il mondo. Sono stato in Cina, Australia… Mi piace perché è diverso dall’essere in tour con i Depeche Mode, che è una gran “macchina” in movimento; quando faccio il DJ in altri paesi, ho più tempo per visitare le città ed è più facile da gestire come attività.

I: Andrew, dopo tanti anni, con tutti i successi e i riconoscimenti come uno dei gruppi più importanti di tutti i tempi, cosa vi mantiene ancora motivati? Per quanto tempo continueranno i Depeche Mode? Come i Rolling Stones?

A: Senti, posso dirti che non voglio stare sul palco a sessantacinque anni, ma la musica è un po’ come una droga. Quando sperimenti il palco e sai che sei fatto per starci, vuoi continuare a farlo ancora e ancora, ed è difficile dire di no. È una sensazione fantastica e, come hai detto, è quello che abbiamo fatto in questi ultimi trentaquattro anni: facciamo musica, la suoniamo e amiamo ancora farlo.

I: È fantastico! Ti prego, dicci qualcosa sui piani e i progetti futuri.

A: Beh, come sai abbiamo concluso il tour pochi mesi fa e adesso ci stiamo prendendo del tempo libero, il che significa che passerò tanto tempo qui a Sitges e questo è un bene! Probabilmente ci incontreremo il prossimo anno (2015, n.d.t.) per pensare a un nuovo album e pianificare il nostro prossimo tour.

I: Notizia eccellente per tutti i fan dei Depeche Mode! Beh, grazie mille, Andrew! È stato un piacere immenso!

A: Sì, anche per me. Piacere mio!

Fonte: sitgesinfoguia.com

Ricerca e traduzione a cura di Salvatore Matteo Baiamonte per Depeche Mode e Dintorni

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«Mi piace vedere i concerti alla vecchia maniera» Sonic Seducer intervista Anton Corbijn

La rivista tedesca Sonic Seducer ha pubblicato questo venerdì il numero di dicembre, che contiene un’intervista al regista olandese Anton Corbijn riguardo al suo lavoro per “Live In Berlin”, il nuovo DVD dei Depeche Mode. Come saprete già, tra i fan si è discusso molto del formato e della qualità del DVD, e Anton non evita questo argomento. Sonic Seducer ha gentilmente pubblicato un’anteprima dell’intervista su Issuu.com, e l’abbiamo tradotta per voi. Se sapete il tedesco vi consigliamo di acquistare una copia dell’ultimo numero.

Sonic Seducer: Nel film del concerto ci sono pochissime inquadrature del pubblico, relativamente parlando. Perché?

Anton Corbijn: Per me era importante mostrare il concerto dal punto di vista del pubblico, come se guardaste direttamente verso il palco. Queste persone sono qui per vedere la band, e questa è la visuale che volevo cogliere. Nel film vedete il pubblico soltanto quando la band interagisce coi fan, per esempio durante “Behind The Wheel” o “Never Let Me Down Again”.

Sonic Seducer: Cosa fai precisamente durante i concerti? Filmi oppure dai semplicemente indicazioni?

Anton Corbijn: Cerco di fare entrambe le cose. Sono il regista, e al contempo posiziono le telecamere. Questa domanda si ricollega al fatto che alcuni ritengono che il concerto dovesse essere assolutamente pubblicato in BluRay. Mi piace vedere i concerti alla vecchia maniera. Non mi fanno impazzire tutte queste telecamere moderne sparse ovunque. Mi piace l’idea che ogni cosa si veda da un singolo punto di vista, come una persona che si trova in mezzo al pubblico. Perciò non ho utilizzato molta tecnologia moderna. Forse è anche per il fatto che sono cresciuto negli anni ’70, mi piacciono i concerti ripresi in quel periodo. Mi piace quando le mie registrazioni live hanno un che di non rifinito e lo stesso vale per le mie fotografie molto sgranate. A me sta bene così.

Sonic Seducer: Il DVD “Live In Berlin” è una compilation dei due concerti alla O2 Arena. In che proporzione sono inseriti i due show?

Anton Corbijn: Chiaramente sono stati mescolati, sebbene la band indossi gli stessi abiti. Sono sicuro che ci sia qualche piccolo oggetto qua e là che permetterà allo zoccolo duro dei fan di riconoscere da quale data proviene la sequenza. La band ha suonato “Goodbye” solo nella seconda data. Volevo assolutamente che la suonassero, perché dopo la prima parte di questo tour l’avevano tolta dalla scaletta. Ma io l’adoro. I Depeche Mode hanno uno schema consolidato nei concerti: ci sono le classiche canzoni, poi il bis. Non suonano altro. Perciò ho chiesto a Dave se potessero suonare ugualmente “Goodbye”, sarebbe stato un bonus per il pubblico e una splendida canzone finale. Avevo anche creato un video speciale per questo pezzo, che è stato proiettato sugli schermi nello sfondo. Sarebbe stato un peccato non utilizzarlo per il DVD. In ogni caso, buona parte delle sequenze proviene dalla seconda serata. Questa era la base, poi ho aggiunto alcune parti dal primo concerto.

Fonte: www.depeche-mode.com

Traduzione a cura di Barbara Salardi per Depeche Mode e Dintorni

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Gary Numan: Il mio album preferito? “Songs of Faith and Devotion”

My Favourite Record è un nuovo servizio settimanale nel quale chiediamo ai musicisti di scegliere l’album a loro più caro – un ampliamento del nostro On Record, e un’opportunità per dare un’occhiata agli album che formano un artista.

Lo spunto di oggi:

 

DEPECHE MODE
Songs of Faith and Devotion
(Mute, 1993)

Scelto da: Gary Numan il pionere del synth-pop. 

 

 

 

«Questo album arrivò nel momento in cui la mia carriera era quasi morta e sepolta.

Avevo perso la mia direzione musicale ed ero in cattive acque. Non sapevo come sistemare le cose, come ritrovare l’ispirazione, e poi, nel 1993, ho ascoltato Songs of Faith and Devotion.

Aveva un’oscurità che mi ha condotto verso luoghi che trovai affascinanti ed esaltanti, ma anche un po’ inquietanti. Le melodie erano costruite in maniera eccellente, i testi provocanti e affascinanti e le esecuzioni, a ogni livello, mi fanno ancora venire i brividi.

La produzione stessa è un lavoro geniale, è talmente stratificata che perfino dopo centinaia di ascolti si scoprono cose che prima non avevi sentito.

A lungo ho creduto che l’epica “Walking In My Shoes” – sbagliandomi, come poi ho capito – parlasse di un uomo la cui luce fosse sbiadita, qualcuno che stesse vivendo la mia situazione nel ‘93. Ho sentito quella canzone in modo profondo e mi ha attratto verso il resto dell’album che, insieme ad altri, mi ha aiutato a dare nuova forma al tipo di musica che stavo facendo e mi ha guidato verso la musica che ho prodotto negli ultimi vent’anni.»

Il nuovo singolo di Numan “I Am Dust”, dall’album dello scorso anno Splinter, è già disponibile. Per maggiori informazioni e per le prossime date del tour di Numan, clicca qui

Fonte: www.factmag.com

Segnalato da facebook.com/GaryNumanOfficial

Traduzione a cura di Marcella Picciano per Depeche Mode e Dintorni

 

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Martin Gore dei Depeche Mode parla di Paco Larrañaga

 

LOS ANGELES – Martin Gore, membro fondatore dei Depeche Mode (citati dalla rivista britannica Q come “il gruppo elettronico più popolare che il mondo abbia mai conosciuto”), sostiene la richiesta di scarcerazione di Paco Larrañaga, che sta scontando l’ergastolo in Spagna per lo stupro e l’uccisione delle sorelle Jacqueline e Marijoy Chiong avvenuto a Cebu nel 1997.

Martin, che ha scritto la maggior parte delle canzoni più famose del gruppo, ha indossato una t-shirt col messaggio “Free Paco Now” (Paco libero subito) in una serie di show, fra cui Madrid e Barcellona.

Marty Syjuco, che ha prodotto il documentario Give Up Tomorrow sul processo e l’incarcerazione di Larrañaga, ha dichiarato: «Il manager dei Depeche Mode si è messo in contatto con noi dicendo che Martin aveva visto il documentario ed era indignato. Ha chiesto come avrebbero potuto aiutarlo. Gli abbiamo indicato il sito web della campagna “Free Paco Now”. La prima cosa che Martin ha fatto è stata pubblicare una propria foto con la maglietta “Free Paco Now” sulla pagina Facebook del gruppo, che ha 7,1 milioni di seguaci».

Give Up Tomorrow, ben accolto ai festival cinematografici di tutto il mondo, ha vinto due premi nell’edizione 2011 del Tribeca Film Festival: Premio del pubblico e Miglior nuovo regista di documentari (nomina speciale per Micheal Collins).

«Siamo emozionati e sorpresi che Martin stia facendo questo», ha aggiunto Marty. «A livello personale, essendo cresciuto ascoltando la musica dei Depeche Mode, sono sbalordito».

Martin – cantante, chitarrista e tastierista – ha composto molte hit del gruppo, tra cui “People Are People”, “Personal Jesus”, “Everything Counts” e “Enjoy The Silence”. Il gruppo ha venduto oltre 100 milioni di album in tutto il mondo.

Marty, il cui fratello è sposato con la sorella di Paco, ha scritto il documentario con Michael ed Eric Daniel Metzgar. Paco, cittadino filippino e spagnolo, è stato trasferito in una prigione in Spagna, secondo il trattato che prevede lo scambio di detenuti tra i due paesi.

Altre sei persone, accusate con Paco, sono in prigione nelle Filippine. Il dipartimento di giustizia ha respinto l’appello di grazia per Paco. Anche il governo spagnolo ha fatto appello alle Filippine per concedere la grazia a Paco, ma senza successo.

Estratto dell’intervista con Martin

Come sei arrivato a guardare Give Up Tomorrow?

«Ho visto Give Up Tomorrow sulla PBS negli Stati Uniti, dov’è stato disponibile per un po’. Ero sconcertato dal sistema giudiziario. Giustamente, ci fu lo sdegno pubblico al tempo del processo e la conseguente foga dei media. Non ho avuto la sensazione che Paco non fosse colpevole, sapevo che era innocente. Dal film non conosciamo i retroscena o gli alibi degli altri accusati insieme a Paco, ma immagino che siano ugualmente innocenti o come minimo meritino un altro processo.»

Quale parte del documentario ha trovato il tuo favore a livello personale?

«L’idea che qualcuno passi buona parte della propria vita in galera per qualcosa che non ha fatto non va, o non dovrebbe, andare a genio, né a me né a chiunque altro. Amnesty International, Fair Trial International, anche il Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, hanno cercato di correggere le ingiustizie, ma invano. L’unica persona che adesso può aiutare è il presidente Aquino. Spero che legga tutto questo e cerchi di tenere almeno un altro processo, lontano dai media.»

Devi essere bombardato di richieste di sostegno per molte cause. Perché hai scelto la campagna “Free Paco Now”?

«Sono più che sicuro che ci siano migliaia, se non decine di migliaia, di persone nel mondo che sono ingiustamente incarcerate. Ho sentito di dover fare ciò che potevo per richiamare l’attenzione su questo, nella speranza che si possa fare qualcosa.»

Come ti è venuta in mente la t-shirt “Free Paco Now” che hai indossato durante i concerti? Qual è stata la reazione dei vostri spettatori, in particolare quelli degli show a Madrid e a Barcellona?

«La mia ragazza sapeva quanto mi ero appassionato, così come regalo di Natale ha fatto realizzare per me centinaia di t-shirt. Le ho distribuite a tutti i membri del nostro staff (che ovviamente non sono stati costretti a indossarle) e ad amici e conoscenti. Ne sono rimaste alcune che sto ancora dando via. All’inizio ho indossato la maglietta ai concerti di Madrid e di Barcellona, i primi due show dopo Natale. Dopo il concerto, molti spagnoli mi hanno chiesto della t-shirt e su che cosa era. Quando ho cominciato a spiegarglielo mi hanno interrotto dicendo che si ricordavano di aver sentito dello scambio di prigionieri, ma credevano che Paco fosse stato rilasciato e adesso fosse libero. Questo dimostra come sia facile essere dimenticati e perché sento di dover continuare a ricordarlo alla gente.»

Qual è il tuo messaggio per Paco e per le altre persone nella stessa situazione in tutto il mondo?

«Non sento di essere nella posizione di dare consigli a chi si trova nella situazione di Paco. Le parole di Paco (e il titolo del film) sono stoiche e dignitose, e dicono più di quanto io possa dire: “Give up Tomorrow” (Rinunciare al domani).»

E qual è il tuo messaggio alle persone in Ucraina, dove il gruppo ha dovuto cancellare lo spettacolo a causa dei disordini civili, e alle persone in Venezuela, che protestano contro l’oppressione?

«È stata una sfortuna dover annullare lo show a Kiev, in Ucraina. Doveva svolgersi qualche giorno dopo l’uccisione di decine di manifestanti da parte dei cecchini del governo e dopo la fuga dalla capitale del presidente Viktor Yanukovych. Nessuno sapeva ancora cosa sarebbe successo. E infatti, non lo sappiamo ancora. La Russia ora ha annesso la Crimea e potrebbe continuare a occupare l’Ucraina. È una situazione complicata perché anche se ci sono nel paese molte persone a favore dell’Unione Europea, ci sono anche molti sostenitori della Russia, soprattutto in Crimea.

Non sono un analista politico, non so cosa stia per succedere. Speriamo che il presidente russo Vladimir Putin stia fuori dal resto dell’Ucraina. Ha più carte in mano di quante ne abbia l’Occidente, quindi non so quanto efficaci possano essere le sanzioni imposte alla Russia.

La situazione in Venezuela è spaventosa. Mi ricorda il Myanmar qualche anno fa, l’Egitto… La lista potrebbe andare avanti all’infinito. Quando una dittatura o un governo apre il fuoco sulla popolazione che protesta in modo pacifico, è un segno di paura e debolezza da parte di chi detiene il potere. In un mondo ideale, tutti i governi dovrebbero essere eletti in modo democratico e portare a compimento i desideri del popolo. Può volerci del tempo, ma alla fine sono le masse che devono vincere.»

Avete appena concluso uno show a Mosca. Ci saranno date aggiuntive al Delta Machine Tour? Com’è stato questo tour?

«L’ultimo show è stato a Mosca (ironia della sorte). È stato un tour abbastanza lungo e ora non abbiamo in mente di estenderlo. Siamo veramente fortunati ad avere questi fan pazzi e fedeli. Ogni show è stato una gioia, una vera celebrazione della musica che abbiamo creato. La folla ama cantare e partecipare. Certe volte puoi fermarti a guardare, ascoltare e sorridere.»

A cosa attribuite la continua attrattiva e la longevità della band che l’anno prossimo festeggerà il suo trentacinquesimo anniversario?

«Spesso ci viene chiesto qual è il segreto del nostro successo. La nostra risposta è che non lo sappiamo davvero. Se ci fosse una formula vincente definitiva, sarei già manager di qualche band.»

Quali sono stati i momenti salienti dello stare con la band?

«Stare insieme per così tanto tempo e fare musica che mi appassiona sono delle buone ricompense. Questi sono i momenti salienti.»

La musica elettronica è più popolare che mai. Come immagini si evolverà la musica dei Depeche Mode nei prossimi anni?

«Non abbiamo mai fatto progetti, soprattutto a lungo termine. Mi piace pensare che ciò che facciamo succeda naturalmente. Abbiamo appena concluso un tour, quindi staccheremo per un po’. Al momento giusto, ci ritroveremo e parleremo del futuro. Cerchiamo di tenerci al passo con le moderne tecnologie più che possiamo, quindi ci sarà sempre un elemento di tecnologia elettronica nella nostra musica, ma il modo in cui la musica viene fatta è secondario alla canzone. Non dobbiamo dimenticarlo. La strumentazione è il mezzo per un fine.»

Di Ruben V. Nepales – Fonte entertainment.inquirer.net

Traduzione a cura di Salvatore Matteo Baiamonte
Editing a cura di Barbara Salardi

 Per info su Paco Larrañaga e petizione visita freepaconow.com

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Video intervista Martin Gore: “amo la musica grazie a mia madre”

18Parigi, 30 gennaio 2014 – Nella boutique Hublot nel cuore di Place Vendôme a Parigi, Martin Gore dei Depeche Mode e il CEO di Hublot Ricardo Guadalupe si sono riuniti per lanciare un grande progetto di raccolta fondi congiunto a favore di charity: water, un’associazione senza scopo di lucro la cui missione è quella di garantire acqua pulita e sicura nei paesi in via di sviluppo. Per tutti i dettagli leggi “Nuova iniziativa benefica tra Hublot e Depeche Mode a sostegno di charity: water

Proprio in questa occasione Martin Gore ha rilasciato una video intervista per Revue des Montres.

«E’ bello essere coinvolti al fianco di Hublot in un progetto di beneficenza come charity: water.»

«Come ho sempre detto, mi sento fortunato ad aver speso il mio tempo a fare ciò che amo. La band è stata fondata negli anni 80, sono 34 anni che facciamo musica, mi sento davvero fortunato e privilegiato ed è incredibile arrivare a fare qualcosa che ami appassionatamente.»

«Mi sono innamorato della musica quando avevo 10 anni, quando scoprii la collezione di vinili di mia madre, per la maggior parte musica rock. E ora mi ritrovo a fare proprio questo, e lo farò per il resto della mia vita.»

«Ero già un appassionato Hublot prima di incontrarli personalmente e di lavorare in un progetto di beneficenza con loro.
Abbiamo incontrato Jean-Claude Biver in uno store Hublot, quando andammo il negozio era ancora chiuso al pubblico, ma tutti si stavano preparando alla grande apertura che avenne il giorno successivo. Così, appena le porte dello store furono aperte, entrammo e incontrammo Jean-Claude Biver.»

«Il design di questa serie di orologi rappresenta il nostro ultimo lavoro, alcuni dettagli come i triangoli formano la D e la M di Delta Machine.»

«Il nostro manager si è recato nello stabilimento Hublot per incontrare Ricardo e Sylvie che gli hanno mostrato le loro idee che abbiamo poi approvato.»

«Ero già un fan e ho avuto orologi Hublot prima di questa collaborazione. Ma per il Teenage Cancer Trust nel 2010 e per charity: water oggi, posso dire che la carità è il cuore della nostra collaborazione.»

«La gente parlava di quanto fosse Rock’n Roll l’aspetto di questi orologi che Hublot ha progettato in occasione della nostra partnership, ma penso che generalmente Hoblot, oltre ad un design industriale molto cool, abbia una natura rock’n roll in tutte le sue realizzazioni.»
[…]«Non mi piacciono i dettagli troppo raffinati.»

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Dave Gahan:«Se tutto va bene nella primavera del 2015 un nuovo album con i Soulsavers»

Come un anno e mezzo fa, Dave Gahan e Rich Machin parlano nuovamente della loro intenzione di collaborare per un secondo album dei Soulsavers.
Nell’intervista apparsa nel nuovo numero della rivista tedesca Sonic Seducer (qui scannerizzata), rilasciata ad ottobre in occasione del lancio della deluxe edition di “The Light The Dead See” (del 2012), Rich afferma che gli piacerebbe andare in tour con Dave ma: «È molto meglio avere più di dieci brani live. E lo faremo presto, perché abbiamo già preso in considerazione il prossimo disco insieme a Dave».

Dave aggiunge: «Sono in contatto costante con Rich. Mi tiene informato su canzoni nuove e idee per le quali potrei dare il mio contributo. Certo, Rich collabora con tanti altri artisti come Mark Lanegan, e la mia voce non sempre è adatta a tutti i suoi pezzi. Però mette sempre da parte dei brani nei quali ritiene potremmo collaborare. (…) Ma “The Light The Dead See” non è stato certamente un lavoro unico: se tutto va come immaginiamo, intorno alla primavera del 2015 dovrebbe uscire un nuovo album nel quale canterò con i Soulsavers».

Ora, considerando che i Soulsavers hanno in programma un album + un EP per il 2014 (leggi qui), non aspettiamoci il ritorno fulmineo di Dave in studio al termine di questo tour.
Gahan infatti sottolinea che: «Credo sia comprensibile che voglia stare con la mia famiglia. Però, conoscendomi, dopo un po’ mi tornerà il desiderio di fare nuova musica e quindi continuerò».

Gli estratti dell’intervista tradotti da Barbara Salardi provengono da depeche-mode.com

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2013 in review – Annual Depeche Mode e Dintorni Report from WordPress.com

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The Louvre Museum has 8.5 million visitors per year. This blog was viewed about 130,000 times in 2013. If it were an exhibit at the Louvre Museum, it would take about 6 days for that many people to see it.

Click here to see the complete report.


Il 2013 di ‘Depeche Mode e Dintorni’ – calendario 2014

Grazie a tutti voi che ci avete seguito con fede e devozione in questo 2013 che è stato un anno ricco di novità, un anno che ci ha regalato Delta Machine e il Delta Machine Tour con due date italiane da cardiopalmo!

4.561 volte grazie agli inscritti che ci leggono sul blog (a fine 2012 eravate 465!)
15.523 volte grazie ai fan che ci seguono su facebook
1.461 volte grazie ai followers di twitter

Grazie a tutti quelli che ci hanno inviato video, foto e recensioni del Delta Machine Tour, a quelli che ci hanno tenuto compagnia con commenti, a volte critici a volte divertenti e a chi crede in noi!

Per tutti voi abbiamo preparato un regalo molto speciale, il calendario 2014 che questa volta (a differenza del calendario 2013) raccoglie le immagini più belle dei nostri Depeche on stage! E’ stato davvero difficile scegliere tra le migliaia di foto presenti nel nostro archivio, difficile a tal punto che abbiamo deciso di realizzare ben due calendari!
Clicca qui per scaricare (in alternativa nowdownload o rapidshare)

Pronti per il 2014? Pronti per le nuove date italiane del Delta Machine Tour?
Noi scenderemo in campo con voi a Bologna e anche questa volta, dopo il successo di Roma, prepareremo una coreografia… ma di questo ne parleremo più avanti.
Vi ricordiamo che abbiamo circa 20 biglietti disponibili per lo show del 22 febbraio, Parterre in Piedi (no Early Entrance) e Gradinata Est – L. Per info QUI.

E ora ripercorriamo il nostro 2013

Gennaio 2013

Febbraio 2013

Marzo 2013

Aprile 2013

Maggio 2013

Giugno 2013

Luglio 2013

Agosto 2013

Peter Gordeno e Christian Eigner impegnati nel progetto ‘OPIEN’ “L’album si chiama ‘Atlanta‘ e vede la collaborazione di Christian Eigner (turnista dei Depeche Mode dal 1997) insieme al produttore, compositore e polistrumentista Niko Stoessl (che ha lavorato anche in Hourglass di Dave Gahan). ‘Atlanta‘ nasce dal progetto ideato da Niko Stoessl, ‘OPIEN‘, gestito dal team di Daryl Bamonte.
Nel video che vi proponiamo, ‘Let Me Down‘, noterete anche la presenza di Peter Gordeno (turnista dei Depeche Mode dal 1998).” Altri articoli che potrebbero interessarti

Settembre 2013

  • Una chiacchierata con Andrew Fletcher dei Depeche ModeAbbiamo fatto show strepitosi. Forse è stata la migliore serie di concerti della nostra carriera. Dave è sempre stato fenomenale, il pubblico si è dimostrato fantastico e molto partecipe, perfino nelle zone d’Europa che sono in recessione. La nostra è una carriera da sogno, dagli inizi fino a oggi. Non avremmo mai immaginato di essere ancora qui, di andare in certi paesi, di essere sempre più famosi. È meraviglioso. In tutta sincerità, credevamo che sarebbe durato solo un paio d’anni.Altri articoli che potrebbero interessarti

Ottobre 2013

Novembre 2013

  • Dave Gahan: “La musica mi ha salvato”È cominciato tutto con il glam rock, con gli Slade, T Rex, David Bowie e Roxy Music. Poi sono arrivati i Damned e i Clash. Ma la mia vera illuminazione è stata Ziggy Stardust, l’uomo che viene da altrove.
  • Jayce Lewis annuncia la data di pubblicazione del nuovo album “La scorsa settimana JL ha firmato con la Caroline International (Universal Music Group), accordo che gli permetterà di pubblicare il nuovo album dal titolo “Nemesis” tra marzo e aprile 2014, anticipato dalla release di un primo singolo nel mese di gennaio.
    Successivamente, Jayce registra un nuovo nome per il suo progetto, che porta avanti alla grande già da qualche anno, e dice: «andava fatto, qualcosa che doveva essere fatta qualche tempo fa» da ora in poi tutto ciò che Lewis produrrà, dai live ai lavori in studio, porterà il nome di PROTAFIELD.” Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicembre 2013

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO A TUTTI!!!


Video

Dave Gahan: “Durante il periodo SOFAD mi appassionava più dipingere che fare musica” guarda la video intervista

L’intervista di svt.se del marzo scorso, registrata in un hotel di Austin prima dello show al SXSW festival.

Traduzione a cura di Barbara Salardi per Depeche Mode e Dintorni

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L’intervista esclusiva di Live Nation a Martin Gore dei Depeche Mode

L'intervista esclusiva di Live Nation a Martin Gore

Questa mattina il sito onenation.livenation.com ha pubblicato una video intervista a Martin Gore risalente a qualche settimana fa.  Di seguito la traduzione con URL diretto al video.

Parte 1: I Depeche Mode prendono il controllo. Il suono vivo e schietto di Martin Gore. (guarda il video)

«Il pubblico è già con noi a partire dalle prime note, ancor prima di vederci salire sul palco, perfino nell’introduzione.»

«Adesso ci esibiamo in modo diverso, perché suoniamo insieme da molti anni. Il suono è molto più puro, più live e a volte si distacca parecchio dai dischi.»

«Già nel 1998 abbiamo fatto una scelta coraggiosa per The Singles Tour, quando per la prima volta abbiamo usato la batteria dal vivo per tutti i pezzi, con Christian Eigner.»

«Finora il pubblico non ci ha mai deluso. È soprattutto grazie a Dave, perché è un frontman talmente bravo che riesce a far partecipare proprio tutti: dalle persone in prima fila a quelle in fondo.»

«È bravo a coinvolgere il pubblico con gesti e movimenti delle mani, ha un carisma eccezionale. Riesce a estendersi in qualsiasi punto del palcoscenico.»

«Anche la gente, vedi tutti che si guardano intorno increduli, non riescono a credere ai propri occhi. E questo capita sempre.»

Parte 2: La magia sul palco dei Depeche Mode. Una chiacchierata intima ed esclusiva con Martin Gore (guarda il video)

«Da parecchio tempo, già a partire da Violator, ci dilettiamo di ritmi e atmosfere blues. Stavolta volevamo che fosse più evidente, per questo abbiamo scelto il titolo Delta Machine

«Questa volta abbiamo dato una lista interminabile al nostro programmatore e gli abbiamo detto: “Vorremmo suonare queste canzoni“. Ci ha messo talmente tanto tempo a fare la programmazione che all’inizio del tour gli è quasi venuto un esaurimento nervoso. Ma adesso sta bene.»

«La maggior parte dei pezzi è la stessa tutte le sere. Trovo sia interessante fare una versione acustica di un brano che in origine canta Dave. Arriviamo a un punto che diciamo: “Questo l’abbiamo suonato abbastanza, facciamone un altro“. Oppure: “È da un po’ che non suoniamo ‘Shake the Disease‘, potremmo farlo stasera“. Possiamo deciderlo anche solo un’ora e mezza prima di salire sul palco.»

«Ci sono almeno tre canzoni che dobbiamo suonare, non possiamo escludere “Enjoy the Silence” o “Personal Jesus“, perché molti fan tornerebbero a casa insoddisfatti se non le suonassimo.»

«Il fatto di suonare nuove canzoni durante il tour non ci preoccupa particolarmente. In questo album ci sono parecchi brani forti, che dal vivo possono rendere benissimo. Se non fosse così, non riscuoterebbero successo tutte le sere.»

Traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

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Martin Gore dei Depeche Mode parla del successo del gruppo

Nell’ottobre scorso, i Depeche Mode, i pionieri britannici del pop elettronico, hanno annunciato un tour mondiale cinque mesi prima di pubblicare il nuovo album. Quando a marzo è arrivato Delta Machine, la maggioranza di date in arene e stadi è andata sold out: un’impresa non da poco per un gruppo i cui singoli non conquistano le classifiche da più di dieci anni.

Dire che i Depeche Mode riguardano solo i fan significherebbe minimizzare. I loro ferventi seguaci battono di gran lunga i pazienti Duranies dei Duran Duran e gli artificiosi Monsters di Lady Gaga.

Martin Gore, chitarrista, tastierista e autore principale del gruppo, ritiene che ci sia del vero nell’affermare che i Depeche Mode sono la più grande band di culto del mondo. I “Depechies” non sono gente normale, dice.

«Secondo me non attiriamo spontaneamente le persone nella norma», dice Gore. «Siamo disadattati, degli outsider, e attiriamo quelli come noi, e al momento ce ne sono parecchi in giro».

 

Tematiche dark

L’alienazione è il tema prevalente nella discografia dei Depeche Mode.

Il gruppo si è formato nel 1981, dopo aver capito di non avere un punto di riferimento nella scena musicale.

«Pensavamo che il rock fosse arrivato a un punto morto e che l’elettronica fosse la soluzione migliore. Abbiamo cominciato come band elettronica pura perché credevamo fosse l’unico modo per farsi avanti nella musica», dice Gore.

«Siamo al contempo molto tradizionali, ma cerchiamo di presentare le canzoni in maniera molto moderna.»

Speak and Spell, l’album di debutto dei Depeche Mode del 1981, è stato il biglietto da visita guidato dal singolo di debutto d’atmosfera “New Life” e il pezzo ballabile “Just Can’t Get Enough”.

Le sonorità e l’immagine del gruppo si sono spinte sempre più verso il dark a ogni nuovo album.

Alla pubblicazione dei due capolavori del gruppo, Violator del 1990 e Songs of Faith and Devotion del 1993, il cantante Dave Gahan si era trasformato da icona pop da poster a frontman irrequieto con un velo di mascara.

Ritmi terra terra

Sul fronte musicale, i freddi suoni sintetici dei primi album lasciarono spazio a elementi blues e rock più intensi.

A dispetto delle sonorità paranoiche, il gruppo è riuscito a creare brani che fanno impazzire il pubblico, come la sfolgorante “Enjoy the Silence”, l’inquieta “Personal Jesus” e la rockeggiante “I Feel You”.

Pur ammettendo che il gruppo ha sempre guardato al futuro, Gore afferma che le canzoni dei Depeche Mode sono sempre terra terra.

«Cerco sempre di descriverlo dicendo che nella musica vogliamo rappresentare l’emozione e la passione», spiega. «Se riteniamo che sia reale per noi stessi, in qualche modo si trasmetterà anche agli altri. Con la nostra musica vogliamo essere concreti e sinceri, e non creare un mondo fasullo».

 

Nuove proposte

Il gruppo è inoltre sincero sulle proprie tensioni interne.

Fra queste, la battaglia di Gore e Gahan contro l’abuso di sostanze pesanti e l’allontanamento del fondatore Vince Clarke, che ha lasciato il gruppo dopo l’album di debutto per trovare successo con gli Erasure.

Poiché molti album sono stati registrati in situazioni tese, Gore è felice che per Delta Machine si sia lavorato con relativa tranquillità.

Sebbene sia permeato di una buona dose di oscurità, il tredicesimo album ha sprazzi di luce e di speranza.

Il primo singolo, “Heaven”, somiglia moltissimo a un brano gospel.

Anche se la ballata a ritmo lento è una scelta insolita per presentare l’album, Gore spiega che riassume il ritrovato equilibrio all’interno del gruppo.

Far parte dei Depeche Mode non è più un tormento, dice.

«Abbiamo un’ottima formula ben consolidata», spiega Gore. «Dave dedica un sacco di tempo ed energie a lavorare sulla voce, e questo facilita parecchio le registrazioni. Ogni giorno fa esercizi di riscaldamento vocale e quando dobbiamo incidere, nel giro di tre o quattro registrazioni abbiamo quello che ci serve».

Da bravo outsider, a Gore non interessa particolarmente seguire la corsa di Formula 1 prima del concerto ad Abu Dhabi.

«Io non guido», dice, e poi ride. «Non ho la patente e non ho mai preso lezioni di guida, forse mi sentirò un po’ strano da quelle parti».

Nonostante il successo, lo status di outsider della band continua.

Fonte: thenational.ae

Traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

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Dave Gahan: “La musica mi ha salvato”

I Depeche Mode, che la rivista Q ha definito “la più famosa band di musica elettronica che il mondo abbia mai conosciuto”, arriveranno domenica ad Abu Dhabi. Il cantante Dave Gahan ci rivela le dinamiche del gruppo e in che modo la musica l’ha salvato.

Cosa ti ha spinto a entrare nei Depeche Mode?

«Non avevo alternative. Frequentavo l’istituto d’arte perché non volevo lavorare, e mi avevano detto di andarmene. Poi Vince [Clarke] mi ha sentito cantare “Heroes” di David Bowie nella sala prove accanto alla loro, e mi ha chiesto di entrare nel gruppo.»

All’inizio che impressione ti hanno fatto gli altri del gruppo?

«Erano tutti molto simpatici. Un po’ strani. Martin [Gore] diceva che gli piaceva la chiesa perché si cantava. Ero diffidente, ma in realtà diffidavo di chiunque.»

 

 

In che modo lavorate insieme come gruppo?

«Non siamo una band di tipo tradizionale. Non siamo come i Rolling Stones che improvvisano insieme in studio. C’è un rapporto ben costituito fra me e Martin. Fletch [Andy Fletcher] offre le sue idee, il suo aiuto, è quello che dice: «Ma che stai facendo? Ci stai lavorando da tre giorni, fa schifo». È l’acqua tiepida fra il ghiaccio e il fuoco. Fa le parole crociate, e finché riesce ad andare a pranzo entro l’una, sta bene così.»

Hai mai avuto un’illuminazione musicale in gioventù?

«È cominciato tutto con il glam rock, con gli Slade, T Rex, David Bowie e Roxy Music. Poi sono arrivati i Damned e i Clash. Ma la mia vera illuminazione è stata Ziggy Stardust, l’uomo che viene da altrove.»

 

Che ricordi hai della scuola?

«La odiavo. Il mio più bel ricordo è quando l’insegnante mi ha detto: “Gahan, che c’è di tanto interessante fuori dalla finestra?“. C’era soltanto un campo, ma se fossi stato più coraggioso avrei risposto: “C’è più vita là fuori che qui dentro“, e mi avrebbe mandato dal preside. Ero un sognatore.»

Ci sono stati momenti bui nella tua vita. Adesso sei più felice?

«Sono ancora ipersensibile riguardo alle critiche, ma sono molto contento di me stesso. Mi perdo nelle canzoni, sul palco, quando faccio musica, e anche nella musica degli altri, se sono fortunato.»

Hai qualcosa di cui lamentarti?

«Di me stesso. Non sono in grado di vivere come un normale essere umano. Tendo a essere troppo aggressivo oppure troppo entusiasta. Litigo con mia moglie, e mi dice: “Non parlarmi in quel modo, non sono né un membro del tuo gruppo né un tuo amicone“».

Il tuo patrigno è morto quando avevi dieci anni. Che effetti ha avuto su di te?

«Avevo due fratelli più piccoli, e mi sono detto: «Ci penserò io, so cosa fare». Ma in realtà andavo a fondo. Secondo mia madre ero molto testardo, io preferisco credere che andassi contro corrente. Per questo il punk faceva al caso mio. Mia mamma dice che ho cominciato a frequentare la gente sbagliata. Mi piaceva vedere le reazioni che suscitavo nel comportarmi male, nel fare cose da adolescente. Ma la musica mi ha salvato.»

Nel 2009 ti hanno diagnosticato un tumore alla vescica. Qual è stata la tua reazione?

«Per fortuna l’hanno trovato in fase iniziale. È come se fossi finito contro un muro, e meno male che è successo, perché mi ha fatto ripensare a mia moglie, ai miei figli e a tutto quello che ho.»

 

Intervista inclusa nel n° 13 di Hype Magazine in DL gratuito nell’app store iTunes qui

traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

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Video Intervista: 2013 ACL Fest Interviews – Depeche Mode (Extended Version)

 

Com’è suonare nei festival?

«E’ diverso fare la propria esibizione. Mi piacciono alcuni festival però preferisco suonare per il mio pubblico. E’ sempre più difficile suonare nei festival, ma dipende dove ti trovi. In Belgio abbiamo suonato a un festival nell’ultima serata, dove c’era gente lì da tre o quattro giorni, erano 80 mila persone e non reagivano come il pubblico normale, sembravano zombie.»

A quale album precedente si avvicina Delta Machine?

«Alcune canzoni mi ricordano Violator e alcune SOFAD, come Heaven e Angel, che mi ricordano SOFAD. My Little Universe e The Child Inside mi ricordano un po’ Violator

Come fate a essere sempre innovativi dopo 33 anni?

«Abbiamo cominciato nel 1980, abbiamo pubblicato il nostro primo singolo nel febbraio 1981. Se hai la musica nel sangue, è difficile smettere di farla. Siamo fortunati ad avere una grande fanbase che ci ha sempre sostenuto. A quanto pare il successo non fa che aumentare e questo è il tour di maggior successo che abbiamo mai fatto. In questo tour suoniamo per un sacco di persone, come non abbiamo mai fatto, in europa abbiamo suonato in quasi tutti i grandi stadi da calcio, nella prima parte del tour, e ritorneremo a suonare nelle arene al chiuso fino a marzo. E anche in America tutte le date sono andate molto bene.»

Cosa ci vuole per diventare una band leggendaria?

«Mi chiedono spesso consigli per le giovani band emergenti, come cominciare. Le cose sono cambiate così tanto che non ne ho la più pallida idea. rispetto a quando abbiamo cominciato noi, adesso è più difficile avere un contratto o essere ingaggiati. Dico sempre che è molto importante essere originali e avere un sound unico, personale.»

Qual è la canzone che resiste al tempo?

«La canzone più vecchia che suoniamo live è Just Can’t Get Enough, è molto diversa da tutte le altre, ma il pubblico va sempre in delirio quando la suoniamo. La contraddistingue la sua diversità, ma fa impazzire il pubblico, al pubblico piace da morire.»

Parlami dei tuoi strumenti

«Io vado pazzo per tutto ciò che può fare musica, sono sempre alla ricerca di cose di questo tipo. Qualche anno fa stavo sempre su ebay a comprare vecchi sintetizzatori, sono arrivato al punto che questi strumenti si stanno quasi impadronendo dello spazio vitale in casa mia.»

Cosa porti con te in tour?

«Per fortuna abbiamo un allestimento molto diverso, perché gli strumenti vintage non ce la farebbero assolutamente. Nello scorso disco abbiamo usato molti sintetizzatori modulari, ed è difficile rendere questi suoni dal vivo, è un lavoro di composizione (patching), ci sarebbero molti buchi fra le canzoni. Non sarebbe gestibile, abbiamo dovuto campionare delle parti e usare suoni diversi e trigger samples.»

Come sono i rapporti con gli altri della band?

«Non sempre lavoriamo come amici, quando il tour finisce a volte non ci vediamo per qualche anno. E’ più simile a una famiglia, siamo come fratelli.»

Avete un qualche rituale prima di salire sul palco?

«Sì, ne abbiamo uno che facciamo sempre prima di ogni concerto, ci abbracciamo in cerchio e facciamo un verso da macho. Ok, non è proprio da macho, ma un po’ sì dai.»

traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

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Dave Gahan: «Mi è sempre piaciuta l’arte moderna e l’ho studiata molto all’istituto d’arte»

Dave Gahan è il cantante e uno degli autori dei Depeche Mode. Porta inoltre avanti una carriera di successo da solista.

D: Quando hai cominciato a interessarti all’arte contemporanea?

R: Mi è sempre piaciuta l’arte moderna e l’ho studiata molto all’istituto d’arte.

D: Collezioni un certo tipo d’arte o opere di determinati artisti?

R: Colleziono e compro quello che mi piace. Per esempio, quindici anni fa, ho comprato un’opera di Marilyn Minter perché mi piaceva la sua arte. Da allora è diventata molto famosa.

D: Hai qualche progetto in cantiere di cui vuoi parlarci?

R: Al momento sono in tournée mondiale con i Depeche Mode.

D: C’è qualche mostra che sei impaziente di vedere?

R: Purtroppo in questi mesi viaggio molto per la tournée, e mi sono perso parecchie cose. Mi sarebbe piaciuto andare a quella di James Turrell e prima o poi vorrei vedere la mostra di Hieronymus Bosch.

D: Un libro d’arte che consigli a tutti?

R: Inwards and Onwards di Anton Corbijn.

D: Una citazione o un motto d’artista secondo cui vivere?

R: Se le tue labbra si muovono, stai mentendo.

 

Fonte: exhibitiona.com

traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

 

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L’intervista di Steve Masters di Live 105 a Martin Gore dei Depeche Mode

Prima dello spettacolo allo Shoreline Amphitheatre lo scorso 26 settembre, Steve Masters, di Live 105, ha incontrato Martin Gore nel backstage per una breve intervista.

D: L’ultima tappa dei Depeche Mode a San Francisco risale a cinque anni fa, come vi sentite a essere di nuovo qui?
R: Non vediamo l’ora di esibirci stasera, nella scorsa tournée non abbiamo suonato qui perché abbiamo avuto problemi con la voce di Dave. Perciò stavolta sarà molto bello esibirci qui a San Francisco.

D: Parliamo del vostro nuovo album, “Delta Machine”, che è fantastico. Avete lavorato con Ben Hillier, che ha prodotto i vostri tre ultimi album, mentre prima avete lavorato molto con Daniel Miller. Continuerete a lavorare con Ben?
R: Ben Hillier, come hai detto, ha lavorato agli ultimi tre album. Dopo Daniel, abbiamo collaborato con molte persone. Daniel ha smesso di lavorare con noi a livello di produzione nel 1986 con “Black Celebration”. Però, credo sia un po’ presto parlare di un nuovo album. Perché abbiamo ancora molta strada da fare in questa tournée.

D: Sul palco suonate molti classici e tutte le canzoni famose dei Depeche Mode, ce ne sono alcune fra queste che tu ami particolarmente?
R: È sempre una domanda difficile, ma penso che sia per la partecipazione del pubblico, e mi sorprende ogni sera, direi “Never Let Me Down Again”, quando tutti agitano le braccia. È uno spettacolo ed è fantastico vederlo tutte le sere.

D: Quindi diresti che è la preferita del pubblico?
R: Direi di sì. Secondo me il pubblico non riesce a credere che lo facciano tutti e che sia così bello.

D: Ecco una domanda che trovo interessante. Se dovessi scegliere uno solo dei vostri album, se fossi sperduto su un’isola deserta, e questo fosse l’unico album che vi rappresenterà per l’eternità, quale sceglieresti?
R: È un’altra domanda molto difficile, ma vista la sua popolarità, sceglierei “Violator”. Si arrabbierebbero tutti se non lo scegliessi. In quell’album ci sono quattro singoli classici.

D: Sì, quel disco si colloca più o meno al centro della vostra discografia, quindi concordo.
Album dal vivo. L’ultimo che avete fatto è stato “101” nel 1989. Pensate di realizzarne un altro?
R: Non abbiamo ancora pensato di farlo. Nelle ultime tournée, ma per quasi tutte le tournée, abbiamo pubblicato un DVD live, e penso che ne faremo un altro anche stavolta.

D: Alan Wilder ha messo all’asta di recente molti dei suoi cimeli dei Depeche Mode su internet, pensi anche tu di fare una cosa simile, di vendere alcuni dei tuoi cimeli ai fan, ti è mai passato per la mente?
R: No. A un certo punto, può darsi. Colleziono attrezzature, ho un sacco di cose, ma prima o poi dovrò dare via certi oggetti. Perché comincio a non avere più spazio, ormai si stanno impadronendo di casa mia.

D: Quindi ti riferisci a vecchie tastiere, chitarre, strumenti musicali, registratori MIDI e altri vecchi oggetti simili, tu ne hai ancora?
R: Sì, qualsiasi cosa si possa usare per fare musica. Ho qualche oggetto che rientra in questa categoria.

D: Voi siete sulla scena da trentatré anni ed è pazzesco. Pensate di continuare coi Depeche Mode per sempre come i Rolling Stones?
R: Non facciamo progetti di questo tipo. Al momento sappiamo di avere sei mesi nei quali siamo impegnati con la tournée. Non abbiamo pensato a cosa faremo dopo. Non abbiamo pensato né di tornare in studio, né ad altro. Prendiamo tutto come viene.

D: Andrete avanti finché la gente continuerà a venire ai concerti?
R: È difficile rispondere, non saprei. Forse arriverà il giorno in cui qualcuno non vorrà più farlo. Potrebbe capitare. Personalmente non credo che accada. Ma potrebbe benissimo capitare.

D: Dunque, gira una voce secondo la quale voi adorate giocare a biliardino. Chi è il più bravo fra voi del gruppo,chi vince sempre a biliardino?
R: Beh, purtroppo giocano con noi anche dei membri dello staff e abbiamo dovuto ammettere che sono molto più bravi di noi. Il mio bodyguard è molto bravo. Ma tolto lui, sono io quello che vince più spesso.

D: Quindi ti prendi tutto il merito, mi piace.
Hai un profilo su Twitter?
R: Ho un account Twitter, ma non twitto mai.

D: Quindi non twitti, ma segui altra gente. Chi segui?
R: Ho una risposta divertente a questa domanda. Dopo aver visto… Credo si chiami “Never Sorry”, il film su Ai Weiwei, ho pensato di seguire Ai Weiwei. Quindi ho creato un account Twitter e ho trovato tutti i tweet di Ai Weiwei in cinese.

D: E invece chi gestisce il profilo Twitter dei Depeche Mode?
R: Ci sono persone addette alla gestione, non scriviamo noi i tweet.

D: Ho capito, quindi se i fan vogliono contattarvi, mandarvi dei messaggi, il modo migliore è scrivervi con carta e penna? Come funziona?
R: No, se sono messaggi importanti ci arrivano, ma se invece non sono messaggi poi così importanti non ce li comunicano.

D: Ricevete ancora posta cartacea dai fan, lettere scritte con carta e penna?
R: Sì, certo.

D: Rispondete?
R: No, perché buona parte delle persone che si preoccupa di contattare una band di solito è un po’ fuori di testa.

D: Di recente hai inciso un disco con Vince Clarke, come sta Vince?
R: Se la passa bene, ci siamo visti a Brooklyn poco tempo fa, è venuto a vedere il concerto.

D: A quelli che sognano il periodo dei Depeche Mode con Vince Clarke, e sperano di rivederlo ancora, dici che è una cosa possibile?
R: Sì, è possibile. Non abbiamo pensato a un progetto a lungo termine. Doveva essere un evento straordinario. Ma se lui avrà tempo e anch’io ne avrò, forse collaboreremo ancora. Non ne abbiamo parlato.

D: Hai qualche riflessione da fare sulla situazione mondiale in generale con Twitter, Facebook e Instagram, e il passo rapido della tecnologia che ci fa correre? Hai qualcosa da dire su questo? Com’è cambiato tutto, da quando si compravano i dischi dei Depeche Mode in vinile a oggi, con tutti i nuovi modi di ascoltare e distribuire la musica e sulla tecnologia in generale? Qual è la tua opinione?
R: Devo dire che mi dispiace molto per i gruppi e gli artisti del momento che emergono e sono giovanissimi. Ricevono subito un’esposizione mondiale, praticamente immediata. A suo tempo non era tutto così rapido, si aveva l’opportunità di crescere, di accettare la notorietà più lentamente. Dev’essere molto difficile da affrontare.

D: Nel corso della tua carriera fantastica di leader, o quasi, dei Depeche Mode, qual è l’auto più bella e costosa che tu abbia mai comprato? Raccontaci.
R: Stavolta è facile rispondere. Io non guido.

D: Non hai mai guidato un’auto in vita tua?
R: Non ho mai guidato un’auto, non ho mai preso lezioni e non ho mai fatto l’esame.

D: È un cosa che vorresti fare?
R: Adesso non ne vedo più l’utilità. Una volta mi dicevo che forse un giorno avrei imparato a guidare, ora non ne vedo più l’utilità.

D: A dire il vero, è divertente. In particolar modo, visto che so che tu abiti sulla costa californiana, puoi prenderti una bella decappottabile e sfrecciare sulle strade panoramiche.
R: A me non è mai interessato. Forse ho un po’ di sangue Amish.

D: Hai dei figli?
R: Si, ne ho tre

D: Loro hanno dei figli?
R: No

D: Gli piacciono i Depeche Mode?
R: Penso di sì. Mio figlio ha solo undici anni, ma gli piacciamo. Anche a mia figlia piacciamo, la più grande ha ventidue anni. Piacciamo anche a mia figlia di diciotto anni.

D: Il tuo luogo di vacanza preferito?
R: Costa Rica.

D: Inghilterra o Stati Uniti?
R: Stati Uniti.

Fonte: live105

traduzione a cura di Barbara Salardi in esclusiva per Depeche Mode e Dintorni

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I Depeche Mode tornano a esibirsi in Florida

Tappa al BB&T Center di Sunrise questa domenica con un mix di classici e nuove canzoni da Delta Machine

Come molti gruppi che hanno ottenuto un incredibile successo internazionale, i Depeche Mode hanno affrontato anche una buona dose di avversità, in particolare la dipendenza dalla droga che è costata temporaneamente la vita al cantante Dave Gahan. Ma il gruppo britannico synth pop – la band di musica elettronica più famosa della storia – ha tenuto duro grazie alla forza di successi come “Personal Jesus”, “Enjoy the Silence”, “Walking in My Shoes”, “People are People”, “Strangelove”, “Policy of Truth” e “Just Can’t Get Enough”.

Oggi i Depeche Mode sono tornati con Delta Machine, il loro tredicesimo album, che è stato paragonato ai loro migliori lavori passati per la sua forza ed energia. Successivamente, la voce profonda e baritona di Gahan ha visto una rinascita, e oggi è più calda e intensa che mai.

Il gruppo fa tappa al BB&T Center di Sunrise dopo un tour europeo di successo, e il tastierista e membro fondatore Andy Fletcher ha parlato con Miami.com del tour, del nuovo album, e di chi ha influenzato la band agli inizi.

Com’è stato il tour europeo?

«È strano dirlo, ma è stato proprio esaltante. La partecipazione è stata fantastica, la performance del gruppo strepitosa e il morale di tutti era ottimo, per cui non potremmo essere più contenti e non vediamo l’ora di andare in Nord America. Siamo pieni di entusiasmo.»

Ci sarà qualche variazione nel tour del Nord America rispetto a quello europeo?

«Faremo qualche modifica, ma in sostanza lo spettacolo resterà lo stesso. Cambieremo un po’ le canzoni.»

Avete un repertorio vastissimo, come fate a scegliere le canzoni da suonare e quelle da escludere?

«È molto difficile. Se potessimo suonare quattro ore – so che forse Bruce Springsteen lo fa, ma non possiamo competere con lui – probabilmente riusciremmo a inserire le preferite di ognuno, ma per Dave in particolare è un enorme sforzo fisico. Perciò è difficile, ma pensiamo di aver inserito un buon mix dei primi anni, degli anni di mezzo, e di oggi. Credo che il pubblico sarà soddisfatto.»

Quante canzoni di Delta Machine sentiremo?

«Ne sentirete molte. Per fortuna le canzoni di Delta Machine rendono benissimo dal vivo. Sono semplici, ci sono pochi elementi. Credo che ne sentirete sei o sette.»

Il nuovo album è stato paragonato sia a Violator, sia a Songs of Faith and Devotion: che ne pensi di questi paragoni?

«Beh, noi diciamo sempre che ogni album è diverso, ma forse in Delta Machine c’è qualche legame in più, perché ha sonorità elettroniche con un che di blues, e per questo motivo è facile ripensare a “Personal Jesus”, tratto da Violator

Pur essendo una band elettronica, secondo te da dove arriva questo lato blues?

«Ottima domanda. Martin [Gore], l’autore della maggior parte dei brani, ha sempre amato il blues, ed è stata una continua fonte d’ispirazione. Ma non saprei dire da dove arrivi realmente.»

Il titolo Delta Machine rappresenta in qualche modo il paradosso dell’elettronica che incontra il blues?

«Sì, è questo il bello del titolo, riesce a spiegare la musica che contiene il disco. Altrimenti il titolo non significherebbe niente.»

I Depeche Mode sono stati d’ispirazione per molti, chi ha influenzato voi agli inizi?

«In realtà diverse cose. Siamo stati molto fortunati ad avere quindici anni quando il punk è esploso con i Clash e i Sex Pistols. Prima di allora avevamo David Bowie, i T. Rex e altri artisti simili, poi negli anni ’70 sono arrivati i Kraftwerk e la gente ha cominciato ad ascoltarli anche negli anni ’80. E per noi sono stati una fonte d’ispirazione grandissima per gli strumenti. Quindi parecchie cose. E a volte è la musica che non ti piace a influenzarti. Per esempio, non vuoi fare un certo tipo di musica, ma poi la fai [ride].»

Dave ha scritto molti pezzi del nuovo album, contribuendo più del solito. Le dinamiche del gruppo sono cambiate molto?

«Sì, Dave contribuisce già da diversi dischi con le sue canzoni. Sta diventando sempre più bravo, e questo dà molta più varietà all’album.»

La sua voce è più calda e potente che mai.

«Beh, ora si prende più cura di se stesso. Anche nelle esibizioni dal vivo è più in forma che mai.»

Altri grandi artisti – Elton John, Paul McCartney, i Rolling Stones – hanno smesso di produrre lavori di grande impatto. Come fate a mantenere la vostra grandezza?

«È difficile, perché normalmente i media cercano sempre band giovani e originali. Gli artisti che hai citato sono più anziani di noi, ma anche noi non siamo da meno [ride]. Dicevamo sempre che se non avessimo ritenuto di fare grande musica, allora avremmo dovuto smettere. Ma per nostra fortuna crediamo di fare ancora grande musica e di avere degli album interessanti ancora da realizzare. Perciò siamo felici di essere qui dopo trent’anni, è un sogno divenuto realtà. Non ci aspettavamo di avere una grande popolarità, di fare sold out, di vendere dischi. Pensavamo di durare solo un paio d’anni.»

Poiché siete una band elettronica, avete mai partecipato alla Winter Music Conference a Miami?

«No, però so benissimo di che si tratta e cosa succede. Più che altro è un problema di tempi, quando la fanno noi abbiamo altri impegni oppure siamo in pausa, o cose del genere.»

Avete preso in considerazione l’idea di partecipare in futuro?

«Certo, ci farebbe molto piacere.»

Di Michael Hamersly

fonte miami.com

traduzione a cura di Barbara Salardi esclusivamente per Depeche Mode e Dintorni

 

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Una chiacchierata con Andy Fletcher dei Depeche Mode

Dave Gahan, Martin Gore e Andy Fletcher sono considerati da molti i padri della new wave.

Fin dal 1981 i Depeche Mode hanno prodotto decine di brani pop dance sintetici nel Regno Unito – ricevendo dalla nota rivista britannica Q il titolo di “band elettronica più famosa che il mondo abbia mai conosciuto” – mantenendo al contempo il successo negli Stati Uniti.

Pezzi come “People are People”, “Enjoy the Silence” e “Policy of Truth” sono ricordi immutabili di un’epoca che li ha visti come pionieri. Ma i Depeche Mode non restano con le mani in mano.

All’inizio di quest’anno hanno pubblicato il tredicesimo album in studio, Delta Machine, dal quale sono stati estratti due successi che hanno scalato le classifiche dance degli Stati Uniti: “Heaven” ha raggiunto il primo posto e “Soothe My Soul” il settimo.

Da poco terminate le tappe di successo in Europa, i Depeche Mode sono al momento impegnati a portare il Delta Machine tour negli Stati Uniti, che questa settimana arriverà a Lakewood.

In una recente chiacchierata, il tastierista Fletcher ha accennato a quello che i fan potranno aspettarsi dai concerti e a come si tengono in forma adesso i Depeche Mode.

D: A quanto pare quest’estate avete fatto ottimi show in Europa.

R: Abbiamo fatto show strepitosi. Forse è stata la migliore serie di concerti della nostra carriera. Dave è sempre stato fenomenale, il pubblico si è dimostrato fantastico e molto partecipe, perfino nelle zone d’Europa che sono in recessione. La nostra è una carriera da sogno, dagli inizi fino a oggi. Non avremmo mai immaginato di essere ancora qui, di andare in certi paesi, di essere sempre più famosi. È meraviglioso. In tutta sincerità, credevamo che sarebbe durato solo un paio d’anni.

D: La produzione e la scaletta saranno diverse nel tour americano rispetto a quello europeo?

R: La scaletta potrebbe variare. Lo show dovrebbe rimanere sempre lo stesso. È una produzione intelligente, molto semplice. Abbiamo video fantastici, oggi la qualità è straordinaria. Il palcoscenico è molto scarno, l’esibizione spetta tutta a noi.

D: Manterrete l’intermezzo acustico?

R: Sì, serve a far respirare un po’ Dave, e inoltre Martin canterà diversi pezzi. È utile anche per il pubblico. Noi ci scherziamo sempre sopra dicendo che è il momento in cui tutti vanno in bagno!

D: È stato difficile inserire canzoni di Delta Machine avendo l’invidiabile problema di dover scegliere da un repertorio vastissimo?

R: Per noi è un’impresa impossibile mettere insieme la scaletta. Abbiamo più di duecento canzoni e ognuno ha le sue preferite. Alla fine ne abbiamo creata una con brani degli inizi fino a oggi. Abbraccia tutti i nostri album ed è andata alla grande in Europa. Le nuove canzoni sono molto facili da suonare e rendono benissimo dal vivo. Il nostro precedente album [Sounds of the Universe, 2009] era molto più difficile da suonare live.

D: Come pensi si sia evoluta la band nelle esibizioni dal vivo, anche dopo più di trent’anni?

R: Ci sembra di avere gli stessi fan di un tempo, perfino di più. Al momento ci sentiamo pieni di energia e secondo me abbiamo ancora qualcosa da offrire. Non so fino a quando andremo avanti, speriamo che questo non sia l’ultimo tour. I Rolling Stones mi spaventano e mi auguro di non continuare a fare concerti come loro fino a settant’anni! Ma il rock ‘n’ roll è una droga, e l’emozione di salire sul palcoscenico non se ne va facilmente.

D: Fate per caso qualche rito prima del concerto?

R: Abbiamo tutti le nostre routine, come gli attori o i calciatori. Noi ci stringiamo in un abbraccio di gruppo, una specie di “tutti per uno, uno per tutti”, ed è una cosa che facciamo da qualche anno. Tutto il tour è una routine. Ogni giorno si ricomincia da capo. Soltanto in questo modo si può fare un tour, con la routine, solo così si può sopravvivere. In passato avevamo una routine molto malsana.

D: Su YouTube ho visto il video dietro le quinte nel quale lo chef del gruppo diceva di preparare molti piatti biologici. Col passare degli anni avete scelto consapevolmente di mangiare in modo diverso o di fare più esercizio fisico oppure il vostro regime di vita è sempre stato questo?

R: Questo non ha nulla a che vedere con me! Sì, mangio cibi biologici. Ho perso qualche chilo, quindi forse ne vale la pena. Soltanto bistecche biologiche e altro, niente dieta vegetariana. Sembrerà incredibile, ma ci prendiamo cura di noi stessi molto più che in passato. A suo tempo l’esercizio fisico non era contemplato. Adesso abbiamo qualche anno in più e vogliamo esibirci ai massimi livelli, perciò ce la prendiamo con calma e cerchiamo di restare in forma.

D: Fai ancora il DJ?

R: Dopo lo scorso tour ho fatto una tournée mondiale e sono andato in Australia, Cina, India, Giappone e Dubai. È una cosa strana, ma molto interessante.

D: Secondo te il pubblico generale è più propenso ad accettare l’EDM? Presto avremo il TomorrowWorld e a quanto sembra attira moltissime persone.

R: So che in Europa vengono un sacco di ragazzi ai concerti, soprattutto in Italia, di circa 17-18 anni. Non ho fatto spesso il DJ negli Stati Uniti, perché è Martin a fare i concerti americani.

D: Avete fatto parecchi remix. Qual è il tuo preferito?

R: Mi piace il mix “Behind the Wheel/Route 66”.

D: Riesci ancora a essere una persona come le altre pur facendo parte dei Depeche Mode?

R: Il gruppo è famosissimo, ma noi riusciamo a fare una vita tutto sommato normale. Non occupiamo la cronaca scandalistica, e viviamo normalmente. Dave è il dio del rock, io sono l’uomo comune che incontri per strada.

Di Melissa Ruggieri

fonte accessatlanta.com

traduzione a cura di Barbara Salardi esclusivamente per Depeche Mode e Dintorni

 

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Davide Marani: ‘un legame molto speciale con i Depeche Mode’

Ultimamente ci stiamo interessando sempre più a Didascalis, specialmente dopo aver ascoltato  l’album di cover Depeche Mode ‘Enjoy My Wrong Shoes’ (dal 17 settembre anche nei negozi di dischi), e la curiosità di scoprire come è nato il progetto, ci ha spinti a contattare la mente di tutto, Davide Marani.
Proprio qualche giorno fà, a poche ore dal suo live al Fantini Beach di Cervia, abbiamo raggiunto telefonicamente Davide che ci ha concesso alcuni minuti per rispondere alle nostre domande.

foto di Marco Leonardi

Come è nato il progetto Didascalis?

«Nel 2001 i gestori di un locali in cui lavoravo vennero da me e mi dissero: “devi suonare il chillout!” e prontamente risposi: “e che diavolo é???”
Mi documentai, comprai cd, attinsi anche da autori noti come Moby, Simply Red, AiR etc…
Poi ad un certo punto mi dissi: “scusa, ma, so suonare e comporre; perché non mi faccio qualcosa da solo???”
Ed arrivarono i primi brani… poi persi il controllo e sono arrivato al 4° album.»

Perchè l’idea di proporre cover dei depeche mode e perchè proprio in questa chiave originale?

«Un giorno parlando con il mio editore (non lo chiamo discografico…), mi disse: “oggi vendono due cose in musica: le hits e le covers delle hits”.
Considerando che mi ha pubblicato i primi albums guadagnandoci ben poco, sia lui che io ovviamente (dato che comunque ho inizato a comporre per hobby), e per lo più di brani miei inedti salvo qualche sporadica covers, ho pensato fosse il momento di “sdebitarmi” fornendogli del materiale un pò più papabile di quello precedente.
Amo i Depeche Mode da quando avevo 13 anni, quando sentii alla radio Shake The Disease, e mi girava da un pò in testa l’idea di tributare alla band che mi ha fatto da colonna sonora per buona parte della mia esistenza, e di approcciarmi ad un lavoro di covers senza dover nemmeno ascoltare i brani originali, tanto profonda è la conoscenza del loro repertorio.

La chiave è stata obbligatoria, nel senso che non sono un artista pop.
Lo stile a cui più mi avvicino è il lounge o chillout, ma non ho una precisa connotazione.
Mi piace comporre ed arrangiare per diletto, usufruendo della tecnologia che oggi ci viene messa a disposizione, fondendola con gli strumenti tradizionali che so suonare io o amici musicisti.
In Enjoy My Wrong Shoes non mancano i pianoforti, i fiati (trombe e sax), le chitarre elettriche ed addirittura il violoncello, ma a volte l’atmosfera è deephouse quanto jazzy, un pò acidjazz quanto chill…
Ad oggi, ormai, le etichette servono e non.»

Beh visto che ‘le etichette servono e non’ cosa mi dici di quegli artisti che hanno uno stile più definito? Voglio dire, se hai una natura rock è chiaro che non puoi cimentarti nella Tosca di Sardou.

«Ahahahahah, beh è ovvio!
credo che nell’affermazione che ho fatto debbano rientrarci diversi ingredienti:
il non porsi limiti, e soprattutto avere la fortuna di farsi piacere, amare e cimentarsi in più generi – ti cito solo alcuni nomi che mi hanno contagiato tutti in una volta da adolescente, come fosse stato un virus gigante: Yes, Chris Rea, John Coltrane, Pat Metheny, Iron Maiden, Yngwie Malmsteen, Duran Duran / Arcadia, Rockets, Supertramp e mi fermo con i Marillion, oltre ovviamente ai Depeche Mode, a capo della piramide… quindi quando si ha il cervello predisposto a tanti generi, poi l’abilità sta nell’attingerne un pò da ognuno.
Altra cosa importante è avere la consapevolezza del ‘in che cosa riesco meglio, o per lo meno, più naturale?’…
Se hai una voce come BonJovi o Axl Rose, la scelta diventa ovvia.
Nel mio trio pop/rock mi cimento in U2 o Billy Idol, ma se non faccio il verso o l’imitazione di qualcuno il ‘mio mondo’ è morbido (forse anche torppo), ma cerco di contaminarlo con tutto ciò di cui ho parlato finora. »

Hai dedicato questo album a tuo padre, so che c’è un legame speciale con i Depeche Mode. Ti va di raccontarci?

«Mio padre era musicista anche lui, e non so se mi abbia tramandato lui la passione, essendo essa abbastanza diffusa in tutta la famiglia.
Mi ha accompagnato a vedere tanti concerti, primo tra tutti (di cui mi vanto) i DM a Rimini, nel 1986, e ricordo vividamente che mi chiese se volevo l’accendino su It Doesn’t Matter Two (motivo per cui è stata inserita in EMWS), e io risposi di no perché avevo paura di scottarmi!, poi ancora il Masses Tour e tanti altri artisti che ho amato…
Quando ho iniziato a comporre, ma non a questo livello, chiedevo sempre lui un parere, e spesso durante le mie serate me lo ritrovavo a bere una birretta senza che mi dicesse nulla…
Quando sentiva la nuova di Sting, o BonJovi o i Depeche alla radio mi chiedeva se l’avevo già preparata e voleva sentire come mi veniva.
Se n’è andato nel 2010, tra l’altro a fine di una serata in cui suonava con un gruppo di amici, e a cui avrei dovuto esserci stato pure io ma suonavo da un’altra parte.
Che mi manchi è palesissimo, e mi è sembrato impossibile non dedicargli questo album, sperando che … possa sentirlo … da qualche parte …

Da qui si può capire che, ‘purtroppo o per fortuna’, mischio vita, lavoro, professione, hobby, musica, composizione, covers e originalità in un unico cocktail.»

foto di Marco Leonardi

Oltre Didascalis di cosa ti occupi?

«La domanda dovrebbe essere inversa!
Io sono comunque un musicista di professione da circa 23 anni.
Suono nei locali come ‘piano-man’, ma col tempo ho messo insieme diverse formazioni live essendo polistrumentista, rock e tribute, a volte alle tastiere, altre al basso o alla chitarra acustica, sempre comunque cantando.
Il che mi ha formato non poco, e conoscendo bene l’inglese, ho avuto modo di collaborare con diversi djs/producers italiani, in veste di turnista cantante, ma anche compositore ed arrangiatore.
Non sto a fare nomi… basta googleare o youtubbare un pò…»

Dopo l’album Enjoy My Wrong Shoes stai già pensando al prossimo?

«Effettivamente sì…
Ho un paio di idee, ma non so se continuare sul discorso covers (ci sono un paio di bands della mia epoca che vorrei “sviscerare” – Duran Duran e Tears For Fears) o tornare alle mie composizioni originali.
Se facessi un 50/50 alcune covers le ho già pronte, anzi, un album così lo si può trovare su Bancamp, anche se non è ufficialmente pubblicato su iTunes.
L’alacrità non manca, ed è inversamente proporzionale al mercato.
Oggigiorno c’è molta pigrizia e si fa poca ricerca nella musica; non vorrei fosse un punto a mio sfavore avere tanto materiale in circolazione.
Coverizzare i DM però ha avuto un suo senso, ovvero ammorbidire le loro sonorità dark e cupe; non saprei se riuscirei ad ottenere lo stesso risultato con altre bands. Vedremo…»

www.didascalis.it

www.facebook.com/didascalis

www.facebook.com/davidemaraniofficial

ascolta Enjoy My Wrong Shoes

Enjoy My Wrong Shoes su iTunes, Amazon e bandcamp

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La video intervista di Telerama.fr a Dave Gahan

Intervista a cura di Télérama.fr

Quali sono i testi di Delta Machine che ti vengono in mente?
DG: «’Welcome to my world’, ‘Broken (from the start)’ e ‘Goodbye’»

Una canzone che ti emoziona a tal punto da farti piangere?
DG: «Tutte le canzoni dell’album ‘After The Gold Rush’ di Neil Young.»
Perchè?
DG: «La sua voce, le parole che usa per esprimere i suoi sentimenti, la sua onestà, e il modo che ha di narrare le storie.»

Depeche Mode è una dipendenza?
DG: «Non per me. Amo la musica che componiamo, è un viaggio non una dipendenza. E’ una storia che dura da più di venti anni, abbiamo fatto musica per gran parte della nostra vita.»

Blues VS Synth-pop
DG: «Sai, il titolo dell’album, ‘Delta Machine’, testimonia le radici blues del disco. Credo sia un bel connubio quello tra synth e blues. Molti degli artisti che si ispirano al blues oggi, da Mark Lanegan, Nick Cave, Led Zeppelin ai Rolling Stones, prendono influenze come il blues o il gospel, per creare qualcosa di personale. Noi facciamo un pezzo in modo tradizionale, pop per esempio, e la personalizziamo con il blues.»

Esibirsi negli stadi
DG: «Si. E quindi?»
Ti piace?
DG: «Si, mi piace! Recentemente ci siamo esibiti in posti più piccoli per presentare il nuovo album. Abbiamo suonato i nuovi brani e i vecchi più apprezzati. E’ stato interessante tornare ad esibirsi nei club, è differente perchè più intimo ma anche spaventoso. Esibirsi negli stadi si adatta molto bene alla nostra musica, perchè la nostra musica ha bisogno di spazio, è cinematografica e spesso richiede la partecipazione del pubblico. E’ come una grande festa. Amiamo il fatto che i nostri concerti tocchino vari posti, è come un grande viaggio.»

Il tuo primo ricordo legato alla musica?
DG: «Facile. Il mio primo ricordo musicale è legato al mio patrigno, che era un musicista jazz e suonava il sassofono, il clarinetto e il trombone. Ricordo che mi sedevo sulle scale e lo ascoltavo suonare.
Lui faceva parte di una band di musica jazz, credo abbia inciso anche un paio di dischi. Ascoltavo la musica dei grandi del jazz, quella che a mio avviso era il jazz più oscuro di quel periodo. Ascoltavo il mio patrigno suonare, l’ho visto esibirsi dal vivo, un paio di volte ho assistito alle prove della sua band e… questo è il mio ricordo.»

La tua voce
DG: «Qualcosa che ho ancora?»

Far parte di una band
DG: «Far parte di una band è una sfida. A volte devi saper accettare le differenze. Spesso ti fa scoprire un apsetto della tua personalità che ancora non conoscevi. A volte ci sono differenze insormontabili… ma sai, dobbiamo provarci comunque.»

La band è come una squadra unita
DG: «Se qualcuno è a terra siamo tutti un pò a terra, è così che funziona.»

Malinconia e felicità
DG: «Sono molto vicini, non credi? L’uno nutre l’altro.»

Il mio errore più grande
DG: «Non saprei. A volte apro la bocca troppo in fretta, invece di star calmo e ascoltare. Nella vita si dovrebbe ascoltare di più, invece di parlare.»

Rallentare o accellerare?
DG: «Questa è una bella domanda. Beh, si dovrebbe accellerare prima di poter rallentare, e, a volte, rallentare per poter accellerare più velocemente. Uno alimenta l’altro, ma rallentare permette di far emergere cose incredibili, cose che non immagineresti mai, e lavorando in una band ho imparato che è meglio dare spazio agli altri di esprimere le proprie idee, perchè si può rimanere piacevolmente sorpresi, soprattutto se stai scrivendo una canzone e pensi di averla finita, loro riescono a darti un giudizio secondo il loro punto di vista. »

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video intervista ai Depeche Mode: «Heaven è uno dei motivi per cui continuo a fare musica» rivela Dave Gahan

video intervista ai Depeche Mode «Heaven è uno dei motivi per cui continuo a fare musica»

Depeche Mode – The Making Of Heaven – Delta Machine

Nuova video intervista in parte girata a New Orleans. La band parla della realizzazione del single Heaven e l’importanza di questo brano.

Dave: «In tutti questi anni, Martin ha scritto un sacco di canzoni incredibili che ho avuto la fortuna di cantare. E’ come se mettessi i miei stivali preferiti, quelli che indosso da tanti anni. Questo brano mi calza a pennello. Appena ho ascoltato la demo sapevo esattamente come volevo interpretare la canzone.  Non ci sono altri brani come questo nel disco.»

Martin: «E’ bello fare qualcosa di diverso ogni volta, qualsiasi cosa. Magari qualcosa di semplice purchè non ci si ripeta. Heaven è stata composta al piano. Avevo scritto gli accordi, la linea vocale e il testo prima ancora di avvicinarmi ad un computer.»

Andrew: «Non siamo una band come tutte le altre. Non c’è quello che suona la batteria o quello che suona il basso. Il nostro è un lavoro di squadra e con i Depeche Mode la fortuna è che scriviamo sempre fuori dallo studio di registrazione. Come ha fatto Martin con Heaven.»

Dave: «Ho capito subito che questa canzone sarebbe stata l’asse portante del disco. Il resto dell’album doveva essere allo stesso livello. Heaven è uno dei motivi per cui continuo a fare musica.»

Qui trovate alcune screencaps dell’intervista.

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