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40° Depeche Mode Party Milano – Foto e Recensione

Depeche Mode Party - Milano 16|05|2015 Fabrique

Depeche Mode Party – Milano 16|05|2015 Fabrique

 

Di Manuela Murdaca

40° Depeche Mode Party
Sabato 16 Maggio 2015
Fabrique – Via Fantoli, 9 – Milano

L’evento che dal 1993 e’ ormai un appuntamento fisso per i Devoti di Milano e zone limitrofe e’ tornato alla grande in una bella location, il Fabrique di Milano.

Locale pensato per ospitare concerti, eventi, dj set ed altro ancora in una modernissima struttura di oltre 2000 mq con suono ed illuministica di ultima generazione.

La serata si apre con il concerto degli Xelios Project che presentano il loro nuovo album frutto della collaborazione con Schmitz dei Kraftwerk.

Al termine del Live, ovvero passata mezzanotte, inizia la maratona interamente dedicata ai Depeche con un accenno del Video di Clean, si perche’ e’ solo un accenno, la prima canzone con lo sfondo del relativo video e’ It’s called a heart. Nick Rosa e’ il DJ che aveva preannunciato su Facebook della scelta, mantenuta, di usare Vinile e CD, no MP3. Giravano voci che sarebbe stata presente ONE TV NBC per riprendere la serata, ma ci ho fatto caso? Ero cosi’ presa dal ballo….

Le canzoni Depeche si susseguono dando grande spazio ai loro anni ’80: Everything Counts, Master and Servant, People and People, Shake the disease ed altre ancora. Per la gioia della sottoscritta, e non solo, Blasphemous Rumours. Il tutto sempre accompagnato dal video di pertinenza oppure come nel caso di Personal Jesus, In your room, I feel you, Walking in my shoes, World in my eyes da un estratto dei loro live: TTA Milano, Devotional Tour, 101 Pasadena etc alternadosi ad altri video come Suffer well, Dream On, Strange Love etc

Sulla parete di uno dei corridoi direzione bar, diversi mini schermi che mostravano interviste singole a Martin, Dave e Alan Wilder intervallato dal mitico “One night in Paris” e dal leggendario 101 Rose Bowl Pasadena.

Per rafforzare la messa laica tra noi Devoti ed i Depeche Mode, tre le canzoni estratte da Black Celebration: Black Celebration, Fly on the windscreen, World full of nothing.

Unica nota stonata della serata avere dato pochissimo spazio agli ultimi lavori dei Depeche, ovvero Delta Machine, PTA e SOTU. Ottima la scelta, secondo me, di alternare i video originali ad estratti dai concerti per non creare l’effetto Cinema, e bravo Nick Rosa che, quando c’erano i ritornelli, abbassava il volume della musica per farci sentire quello che noi Devoti cantavamo.

Al prossimo Depeche Mode Party, reach and touch Faith!!

 

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Gallery completa www.facebook.com/FabriqueMilano

www.fabriquemilano.it

www.depechemodeparty.com

Fuori e Dentro i Depeche Mode

Nel numero di Maggio 2015 di “Rumore”

ENJOY THE AMBIENT
L’ANIMO TEUTONICO DEL FANTASMA DELL’OPERA DEI DEPECHE MODE
di Emanuele Sacchi

Sarebbe interessante un sondaggio tra le miriadi di fan dei Depeche Mode per sapere quale sia la percentuale di chi sa quanto conti Martin Gore nell’economia del gruppo: defilato, piccolo di statura, timido, consapevole di non potere essere un frontman. Il fantasma dell’opera Depechemodiana, il perfetto genio in disguise, che – come tale – non può che trovare compimento nella forma più astratta e impersonale di musica, l’elettronica, dopo aver inciso un album e un EP di brani altrui – ovvero understatement dell’understatement – come Counterfeit e Counterfeit2. Questa la carriera solista di Martin Gore, l’uomo a cui si deve tutto o quasi dell’universo Depeche – l’autore di Enjoy the Silence, Personal Jesus, Shake the Disease e Everything Counts -, compositore geniale e meticoloso chirurgo del suono perfetto, attento a livello maniacale al singolo arrangiamento e all’incastro di rime apparentemente inaccostabili. Martin ha sempre preferito mettere il suo talento al servizio di una band e considerarsi una parte del tutto, benché importante e preponderante. Ma forse qualcosa è cambiato, a partire da una delle rentrée più imprevedibili, il progetto VCMG condotto insieme a quel Vince Clarke che guidò i Depeche prima di lui e abbandonò il gruppo dopo un solo album per scrivere un’altra storia con gli Yazoo e poi gli Erasure. Il nuovo moniker utilizzato da Gore, MG, che preferisce le iniziali al nome completo, deriva proprio da quell’esperienza, cosi come la voglia di rimettersi in gioco dedicandosi totalmente alla musica strumentale. Pur sapendolo ascoltatore onnivoro di elettronica e delle ultime tendenze in materia (celeberrimi i suoi remix per Garbage e Senor Coconut, come pure le collaborazioni con Alva Noto e Bomb the Bass), pareva impossibile l’idea di un suo album strumentale concepito per essere ascoltato dall’inizio alla fine e non (o forse non solo) per fornire basi da utilizzare in DJ set o strani mashup. Alla maniera di Kraftwerk e Eno, o dei primi Human League e Heaven 17, quasi coevi di Gore e soci agli inizi, altrettanto innamorati dell’elettronica tedesca e di un’idea ancora analogica di musica per non-musicisti. O dell’età aurea della Warp, che Gore ha più volte dichiarato di apprezzare. Tanta la curiosità di parlarne con lui e provare a estrarlo dall’ombra e attirarlo, almeno un Po’, verso l’occhio di bue al centro del palco.

Progetto meditato da tempo e assemblato in maniera certosina o frutto di un’urgenza creative subentrata nell’ultimo anno?
“Le prime cose probabilmente risalgono al 2012 – spiega Martin L Gore – il resto al 2014. Mi piace fare cose diverse e inattese: il progetto VCMG con Vince Clarke è stato molto imprevedibile, una specie di album techno, ed è semplicemente accaduto, senza particolare premeditazione. E cosi per MG, ho scritto quattro o cinque brani strumentali mentre lavoravo a Delta Machine (l’ultimo album dei Depeche Mode, nda) e ho cominciato ad accumulare tracce strumentali finché un amico mi ha suggerito l’idea di farne un album. Quando sono tornato dal tour ho pensato di realizzare tutto ciò e alla fine di novembre avevo terminato di registrarlo”.

Data l’attenzione al sound e alle tendenze contemporanee e alla riuscita di ogni singolo beat, che hai spesso dimostrato anche nei remix, in un certo senso mi sono sempre aspettato oppure ho sempre sognato – una divagazione Depeche Mode o Martin Gore interamente dedicata all’elettronica. Potrà sembrarti assurdo, ma in un certo senso mi pareva qualcosa di inevitabile, che prima o poi doveva avvenire.
“Credo ci sia una ragione per questo. Nel passato, quando ho registrato progetti solisti, si trattava di cova. pensavo di dedicare le mie canzoni solo agli album dei Depeche Mode: in fondo non sono un autore cosi prolifico… E poi il resto della band avrebbe potuto chiedermi ‘perché hai deciso di far uscire questo brano in un tuo disco da solista?’ Negli anni i DM hanno sempre registrato brani strumentali: fin dal secondo album ci sono brani strumentali, intermezzi, tracce extra… Con l’ultimo album avevamo così tante canzoni a disposizione che non c’era spazio per degli strumentali e quindi questi brani non avrebbero trovato posto in ogni caso in un album dei Depeche Mode”.

I suoni mi paiono in prevalenza analogici, ma sono curioso sulle loro natura, se legata a sintetizzatori o a tool software.
“Quasi tutto e hardware-based, per così dire. Molti suoni sono stati creati con un Eurorack modular system: quindi un misto di analogico e digitale, ma con una predominanza del primo. Ho cercato di riprodurre suoni che fossero il più possibile vintage”.

Un album di contrasti, come tutta la tue carriera. Hai parlato spesso di religione, di Paradiso e Inferno, arricchendo i tuoi testi di contrasti stridenti. Anche i suoni di MG risentono di questa ricerca dell’eterogeneo. Ad esempio Elk, con i suoi algidi paesaggi virtuali, che sfocia in Brink e nei suoi suoni quasi industriali. Quanto c’è di cercato in questo effetto?
“Volevo che l’album non si traducesse in una sorta di brano unico e interminabile, ma che si diramasse in varie direzioni. Ci sono due brani simili tra loro, ma modi più, per il resto ho cercato di diversificare il più possibile. In fondo vengo da una generazione legata all’album e al suo ascolto dall’inizio alla fine, più che a una raccolta di brani che possono sussistere da soli”.

Un tempo musica elettronica significava qualcosa come Music for Airports, concepito per l’ascolto di un album, laddove oggi sembra aver prevalso l’ascolto del singolo e l’accostamento di brani anche estremamente eterogenei tra loro. E la fruizione è mutata, in favore di un ascolto più onnivoro e più distratto. Come ti immagini che ruga ascoltato l’album?
“Mi piace pensare all’album come a qualcosa di intero e di unico, qualcuno me ha detto che, se ascolti un album su vinile, ti concentri completamente su di esso, mentre se ascolti musica su CD o scaricata da iTunes ne concepisci l’ascolto come musica di sfondo mentre fai altro. Così, in automatico. Il vinile aiuta a concentrarsi di più sull’ascolto, non so se sia vero ma mi hanno detto così e mi piace pensare che lo sia. Forse è legato al fatto che bisogna alzarsi per girare il disco (risate, nda). È interessante che parli di Music for Airports, perché è un album che ho ascoltato molto quando è uscito nel 1978, e quando lo ascoltavo avevo la sensazione di conoscere esattamente quale sarebbe stato il suono del brano successivo. Al di là del discorso teorico, dell’ambient e del non-musicista, ero proprio coinvolto sul mano strettamente musicale”.

I gruppi di elettronica hanno vita breve, ma i loro concerti e DJ set sono sempre più richiesti, talora preferiti rispetto ai gruppi rock… Cosa ne pensi, é una cosa buona o un semplice segno dei tempi?
“Trovo strano che i DJ suonino davanti a migliaia persone, forse è una cosa mia ma per quanto sia reso interessante dalla componente visuale rimane pur sempre un DJ su un palco. Forse si sente che provengo da un’altra generazione. La cosa fantastica è cominciare da una stanza, o da un garage per una band. Quando abbiamo cominciato con i Depeche Mode volevamo portare avanti l’etica punk, per cui non dovevi studiare chitarra per dieci anni prima di scrivere una canzone. Oggi la tecnologia è arrivata cosi lontano che è divenuto troppo facile comporre qualcosa di elettronico e così si è decisamente abbassato il livello di controllo della qualità. Chiunque può realizzare qualcosa. Chiunque ha i mezzi per farlo, anche se spesso non ne ha il talento, ma non c’è nessuno che verifichi il quality control, non so se mi spiego”.

Ero curioso di conoscere la tua opinione su altri gruppi elettronici, come gli artisti della Warp a cavallo tre i millenni o i producer tedeschi. C’e qualcosa che in questi anni ti ha particolarmente ispirato nell’universo in continua espansione della musica elettronica?
“Mi piace molto l’album di Geoff Barrow di un paio di anni fa, Drokk (DROKK: Music Inspired by Mega-City One, di Geoff Barrow e Ben Salisbury, 2012, nda), una sorta di finta colonna sonora cyberpunk per un film alla Judge Dredd, molto 70s sci-fi. Recentemente mi è molto piaciuto l’album di Andy Stott e l’ho contattato perché lavorasse a un remix di Europa Hymn. Sono stato fortunato: il remix uscirà a breve distanza dall’album”.

Europa Hymn e in generale i suoni di MG fanno pensare alla Germania, o meglio all’idealizzazione della stessa, a quell’idea wenders-kraftwerkiana che abbiamo di Germania, forse lontana dalla realtà. Visto il tuo rapporto speciale con Berlino non ho potuto fare a meno di pensare a un’anima profondamente teutonica in MG…
“Sono sempre stato innamorato della musica fin da quando avevo dieci anni e scoprivo il rock attraverso la collezione di dischi di mia madre. Ancor oggi spendo la gran parte del mio tempo sulla musica: a realizzarne, a parlarne, ogni tanto faccio djing ma soprattutto cerco qualcosa di stimolante nel mondo dell’elettronica. E quando ti interessi di elettronica in genere ti interessi di quel che viene fatto in Germania e ancor più nello specifico di Berlino, che e la capitale mondiale della musica elettronica. Probabilmente tornando indietro fino ai Kraftwerk quest’associazione resta fortissima ed è inevitabile che un po’ di questo confluisca in MG, è un processo naturale credo”.

MG – MG
Ascolta: Southerly
RRRRRRRRRR
Quando usci l’album di Vince Clarke e Martin Gore shock fu di quelli consistenti: il sodalizio più breve della storia pop rock rivitalizzato quando meno te lo aspetti, I Just Can’t Get Enough che reincontra Enjoy the Silence. Prevedibilmante il totale lu inferiore alla somma dei singoli fattori. Un discorso incompiuto che tolse Martin Gota voleva portare a termine, mettendo il punto sulla sua natura di compositore e producer a 360°, spesso soffocata nei Depeche Mode dalle esigenze di spettatoti dagli istrionismi di Dava Ganan. Lo fa attraverso un album di elettronica che pare contemporaneo e invece è sfacciatamente anacronistico, caratterizzato da usato da suoni vintage che appartengono più ai Kraftwerk o ai primi Human League di The Dignity of Labour, quasi coevi dei Depeche. II futuro di ieri l’altro, un’idea di robotizzazioni della società basata su pattern classici, lontana dall’annullamento melodico dell’isolazionismo post-Eno che verrà. Talora in MG sembra di immergersi un una lungo intro prima che si scateni una Black Celebration (Spiral) destinata a non arrivare mai; o che Vangelis e Wendy Carlos necessitino di un seguito berlinese delle loro collone sonore (Southerly), registrato a loro insaputa. Pregevole, elegante e di classe, benché lontano dall’imprescindibilità del materiale targato Depeche Mode.

MARTIN GORE TRA PUBBLICO E PRIVATO
di Ivan Parolini
Ivan Parolini è un italiano da anni residente in Svizzera. Amico personale e maggiore conoscitore (e raccoglitore di oggettistica) mondiale di Martin Gore. Gliabbiamo chiesto un ritratto dietro quinte.
Un hotel di Milano. Conferenza stampa per la presentazione dell’album Sounds of the Universe dei Depeche Mode, lo e mia moglie siamo accreditati insieme a una ventina di giornalisti, il direttore della EMI ci dice che dopo 20 minuti di domande la band si fermerà per le foto di rito. Il tempo scorre tra domande più o meno attinenti, ma dopo appena dieci minuti il boss dice alla band: stop. Loro si alzano e vengono accompagnati verso un uscita laterale. Si fiondano tutti verso i tre, ma Andy e Dave vengono scortati. Martin Gore è l’ultimo, il più amibito. Miscuglio di voci frastornante da parte dei presenti che lo chiamano. Conoscendo alcuni suoi gusto in fatto di calcio gli dico che ho in mano una maglia dell’Arsenal. Lui si ferma e mi prende la maglietta. Torna indietro e tra il silenzio di tutti mi dice: loro sono con me.
Seguiamo Martin in una stanza piena di cibo e glo diamo la maglia; lui vede che è un po’ piccola, quindi gli diciamo che in realtà è un regalo per nostro figlio: Martin, chiamato così in suo onore. Lui sorride e ci invita al prossimo concerto chiedendoci di portare il “nostro” Martin.
Martin Gore non è solo un componente dei Depeche Mode, Martin Gore è i Depeche Mode. Sul palco lo si vede suonare, danzare e incitare, ma il Martin che conosco io è molto più di di un semplice performer. Quello che ritrovo ogni volta nel backstage è un uomo mite, sempre disposto a parlare e ascoltare chi ha di fronte.
Nonostante sappia di avere un granda appeal è il primo a minimizzare la figura di predicatore che molti gli hanno affibbiato. Con lui non c’è finzione, lui è cosi. Entri nel backstage e dal suo divanetto nero si alza e fa da padrone di casa, accoglie tutti con un sorriso. Sempre cordiale, si presta a foto e autografi ancora oggi; dopo 35 anni se riceve un complimento il suo volto lascia trasparire uno stupore misto a imbarazzo di chi forse si rende contro di ciò che ha creato nell’immaginario colletivo.
Granda tifoso dell’Arsenal (tanto che a volte vuole essere informato sul risultato delle partite mentre suona), prima di salire sul palco sfoga la tensione giocando in coppia a biliardino col suo fido bodyguard Mike: prende questa cosa molto seriamente, odia perdere e a ogni vittoria “esige” l’abbraccio inglese, una delle poche tradizioni anglofone che si porta dietro, visto che da anni risiede ormai a Santa Barbara, negli Stati Uniti.
Martin è un metodico: dopo la partita e i saluti si rintana nel suo camerino per la vera preparazione al concerto. Gironzolando per i corridoi lo si può sentire intonare le canzioni che eseguirà mentre si trucca sa solo allo specchio, accompagnato da una tastiera portatile.
Ed è lì che viene decisa la scaletta finale, 30 minuti prima di ogni concerto. Niente di preparato, ma tutto in base alla location e al pubblico più o meno predisposto verso alcune canzoni. Quando la crew gli dice che mancano conque minuti è il primo a uscire, carica i compagni e dà vita all’ennesimo show. Sul palco, di fronte a migliaia di persone, si trasforma: è cosciente di esser carismatico, di avere una sorta di potere onirico sul pubblico, ma non ne abusa mai. All’aftershow pensi di vederlo stanco, spossato, mentre sempre seduto sul suo divano ti viene incontro e ti chiede se la performance è piaciuta, se il suono era buono e so l’acustica ha reso onore ai loro sforzi. Odia deludere il pubblico, ripete in continuazione: chi paga il biglietto ha diritto a uno spettacolo positivo, onesto.
Diverso è invece il Martin Gore nel privato di un hotel, la “gabbia dorata” come la chiama lui.
Quando i fan lo permettono esce a visitare la città e fare shopping, perché anche nel contesto di un tour super organizzato e protetto vuole sentirsi normale. Amante dell’arte e dei musei, pur essendo ateo non disdegna visite a chiese storiche; oppure lo si vede aggirarsi tra la hall e il bar in pantaloncini con la sua amata bottiglia d’acqua in mano: da anni Martin è un salutista convinto, lontani i tempi degli eccessi.
Al bar o in giardino si aggrega al suo staff per parlare del concerto passato e di quello successivo, pianificare eventuali cambi e controllare le varie richeste di accredito: Martin insieme alla band ha da anni difatti abolito il biglietto omaggio. La loro nuova politica è atta a finanziare due importanti attività benefiche. Ogni richiesta viene vagliata e sottoposta a un pagamento (seppur minimo) e tutto il ricavato va alla Charity Water e da parte di Martin, direttamente, alla Direct Relief (aiuti medicinali di primaria necessità per il terzo mondo) della quale è un importante attivista: organizza anche DJ set per raccogliere fondi.
Chi si aspetta di trovare in Martin la classica rockstar rimarrà deluso: anticonformista, naturalista, padre di tre figli e sostenitore di cause sociali. In occasione del loro ultimo concerto a Mosca, la sera prima venne organizzato un exclusivo party per 40 persone, al quale ero presente. In quella serata ha raccolto con i Depeche Mode oltre un milione e mezzo di dollari da devolvere in beneficenza, senza che la notizia fosse sbandierata. Martin Gore non ha maschere: ciò che dice coincide con ciò che fa. Ecco perché vedendolo in azione o parlandoci molti l’hanno definito un genio. Una persona impenetrabile, che ama i contraddirsi. Semplicemente Martin Lee Gore.

Fonte www.dmtvarchives.com

“Rumore” 280, maggio 2015, è in edicola al prezzo di 6 euro e in formato digitale 

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“Il nuovo album dei Depeche Mode potrebbe essere pubblicato nel 2017″ L’intervista esclusiva del The Sun a Martin Gore

Abbiamo bisogno di una pausa gli uni dagli altri

Martin Gore dei Depeche Mode parla di MG, il suo nuovo album solista

Intervista esclusiva di JACQUI SWIFT

«Non avrei mai scommesso sulla possibilità di realizzare un album elettronico strumentale», Martin Gore ride.

Faccio una chiacchierata con l’autore di canzoni dei Depeche Mode nella sua casa di Santa Barbara, in California, riguardo a MG, il suo primo album solista originale di brani elettronici strumentali strepitosi.

La composizione di MG è cominciata durante le sessioni di realizzazione di Delta Machine, il tredicesimo album dei Depeche Mode.

Gore spiega: «Può sembrare strano, ma nel corso degli anni abbiamo registrato e creato molti pezzi strumentali come gruppo. È solo che questa volta Dave (Gahan, il cantante del gruppo) ha scritto canzoni anche lui, quindi fra le sue e le mie ci siamo ritrovati con troppo materiale. Per cui mi sono rimasti questi brani strumentali. È stato bello riunirli in un album completo, perché non li avrei mai pubblicati come un’opera a sé, magari soltanto qualche frammento qua e là.»

Un’altra sorpresa per Gore è che MG sarà una nuova entrata che si posizionerà in alto nella classifica di domenica.

«Non avevo pensato di fare un album che infiammasse le classifiche», afferma. «Dopotutto, è un disco strumentale d’atmosfera. Non è un album dance o altro. Se andasse discretamente bene, sarebbe inaspettato.»

Gore spiega che i 16 pezzi futuristici hanno tutti un tema fantascientifico e che la musica è «molto filmica». Comporre la colonna sonora di un film sarebbe un’idea che prenderebbe in considerazione, se arrivasse il film giusto.

«Un buon film di fantascienza sarebbe in cima alla lista. Però dovrebbe arrivare al momento giusto, perché finché c’è il gruppo pubblicheremo materiale e andremo in tournée, e quindi saremo molto impegnati. Anche se realizziamo un album ogni quattro anni circa, c’è la fase di scrittura, di registrazione e il tour, quindi non avremo molto tempo libero. Perciò dovrebbe essere il regista giusto, col film giusto che arriva al momento giusto.»

La raccolta incredibile cambia atmosfera da brano a brano, e Gore afferma che era fondamentale che ciascuno dei pezzi avesse «una sua, distinta atmosfera». Continua dicendo: «Volevo che fosse molto diverso dal progetto VCMG (l’album del 2012 che Gore ha realizzato con Vince Clarke, ex componente originario dei Depeche Mode). Non volevo che fosse un album techno, anche se scommetto che molti fan si aspettavano proprio questo. Volevo che fosse completamente diverso, ed è per questo che si passa da estremi come “Exalt”, che non ha una vera struttura ed è molto ossessivo, a “Elk”, che è un brano di pace e tranquillità.»

A differenza dei tour mondiali che fa insieme ai Depeche Mode, Gore afferma che non ci saranno spettacoli dal vivo per MG.

«Ho scherzato dicendo che avrei fatto uno show al planetario», ride. «Però no, non ce lo vedo come album da eseguire dal vivo. Sarebbe una noia inimmaginabile!»

Visto che non c’è nessun tour solista all’orizzonte, quali sono le prospettive di Gore ora che questo progetto è terminato?

«Adesso sono tornato a scrivere canzoni», risponde. «Ho ricominciato da poco e credo che l’obiettivo fondamentale sia buttare giù dei brani per il gruppo. Non ci sono progetti concreti per ora. Nulla è immutabile e non abbiamo programmi. Se dovessimo lavorare col ritmo che abbiamo seguito per Dio sa quanti anni, penso che dovremmo tornare in studio il prossimo anno e pubblicare un nuovo album nel 2017. È solo una mia ipotesi, al momento, senza averne parlato con gli altri.»

E quanto di frequente parla con gli altri del gruppo quando sono in pausa?

«Ci parliamo, ma non sempre», ammette Gore. «Forse con Dave ci parlo due o tre volte l’anno, non tantissimo, e con Andy (Fletcher) un pochino di più. Siamo tutti presi dalle cose più disparate e viviamo in luoghi diversi del mondo. Quando ci ritroviamo per lavorare, viviamo uno addosso all’altro di solito per un paio d’anni. Perciò, quando finiamo, abbiamo bisogno di una pausa gli uni dagli altri.»

Ci pensa mai che potrebbe essere l’ultimo album insieme come gruppo?

«Sì, ma ci penso da Black Celebration (il quinto album del gruppo, pubblicato nel 1986). È il mio modo di ragionare. Non do niente per scontato. Chissà che può succedere in futuro?», ma aggiunge: «Allo stesso tempo, non vorrei che fosse l’ultimo. Secondo me abbiamo ancora molto da dare. Riguardo ai progetti solisti, continuano a chiedermi di Counterfeit 3 (un secondo album di cover successivo a Counterfeit 2 del 2003, a sua volta preceduto dall’EP Counterfeit del 1989). Potrebbe arrivare durante la prossima pausa oppure nel 2030 quando avrò non so quanti anni. Voglio continuare a sorprendere la gente perché questo mi tiene attivo.»

Fonte thesun.co.uk

Traduzione a cura di Barbara Salardi per Depeche Mode e Dintorni

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